Pascoli: molto più che una scalinata

Dopo tante energie spese negli ultimi due anni per sottrarre le Pascoli a un destino che pare ormai inesorabile, e cioè l’abbattimento, “salvare le Pascoli” sembra ora un vuoto e dannoso slogan. Da una parte infatti il concetto di salvezza dell’edificio si è enormemente diluito a causa delle molte riflessioni politiche, tecniche, amministrative (direi però soprattutto politiche), perdendo così di significato, o assumendo un significato sempre più confuso e ambiguo. Dall’altra invece tale concetto protezionistico è venuto a coincidere, nelle valutazioni di molti che auspicano l’abbattimento dell’edificio, con il rifiuto stesso del polo bibliotecario, come se salvare le Pascoli significasse voler rinunciare deliberatamente, e colpevolmente, a un bene così atteso e importante.

Entrambi gli aspetti – la necessità di tutelare in qualche modo un edificio storico e quella, non meno pressante, di dotare la città capoluogo di un importante centro di cultura e di ricerca scientifica – meritano di essere brevemente discussi, perché ci sembrano un po’ emblematici di un certo modo di fare tutela dei Beni Culturali e, anche, di fare politica in Alto Adige e a Bolzano. 

Salvare dalla distruzione un edificio storico al quale si riconoscono particolari valenze sul piano affettivo, della riconoscibilità e della caratterizzazione urbanistica di una città, non è di destra né di sinistra. È un gesto di civiltà, anche se, forse, il diritto specifico delle Pascoli di essere salvate deve confrontarsi con il giudizio, largamente condiviso, che l’edificio non sia granché dal punto di vista artistico. Il Soprintendente Stampfer vi riconosceva tutt’al più l’originalità della scalinata d’accesso principale, e su questo argomento si è concentrata, a vero dire un po’ speciosamente, una parte non marginale della discussione. Di recente Stefano Fattor è entrato nel dibattito con un contributo a nostro avviso meritevole di attenzione e rispetto, proponendo cioè che delle Pascoli si salvi, se non l’edificio in sé, almeno l’impronta che l’edificio ha impresso, dal punto di vista urbanistico, in questo particolare angolo della Bolzano razionalista, riproducendone alzato, cubatura, movenze e linee, almeno sul fronte pubblico. In altri termini sembra importante conservare la memoria, nel nuovo manufatto, del disegno urbanistico complessivo, affinché il suo inserimento nel tessuto cittadino attuale venga visto non come una nuova colata di cemento, ma come un’armonica aggiunta, anzi una necessaria sopravvivenza del vecchio nel nuovo.

Devo rammentare a questo proposito che uno degli argomenti che più rendeva restia Italia Nostra a prendere decisamente posizione per l’abbattimento, erano i numeri riguardanti la cubatura del nuovo manufatto: si temeva, io credo ancora a ragione, che la parte di edificio fuori terra si sarebbe potuta stagliare come un gigantesco e volgare parallelepipedo di cemento (il primo a Bolzano?), molto più grande e invasivo del manufatto precedente, il cui profilo difficilmente riusciremmo a conciliare con le case e gli orti che si estendono oltre via Longon o, oltre via Diaz, col Palazzo Rottenbuch sede – ironia della sorte – della Soprintendenza Provinciale ai Beni Culturali.

Possiamo, anzi dobbiamo continuare a vedere, come io credo sia giusto, il problema delle Pascoli come un problema di tutela dei beni Culturali. Nessun polo bibliotecario potrà nascere sotto una buona stella se a monte non sarà stato sciolto il nodo rappresentato dalle giuste aspettative di conservazione di una parte non piccola della popolazione. Una targa a ricordo è da giudicarsi pochissima cosa, ma non facciamo confusione: il busto di Manlio Longon, per il richiamo al profondo significato morale e umano del suo sacrificio, non può essere usato come “pezza” a sostituzione di un edificio abbattuto, ma, eventualmente, come strumento di edificazione ed educazione delle nuove generazioni. Il richiamo all’edificio di un tempo dovrà essere qualcos’altro. I Progettisti si diano da fare ed escogitino qualcosa.

Il documento con cui il Comune informa la Provincia che l’edificio “costituisce  un luogo della memoria e dell’identità della comunità italiana bolzanina ma non possiede elementi intrinseci di valore architettonico e storico-artistico tali da essere considerati meritevoli in sé di una tutela conservativa”, dice una cosa vera e una sbagliata. Sulla qualità artistica e architettonica abbiamo già detto. Che le Pascoli siano un luogo della memoria e dell’identità della comunità italiana a Bolzano è invece una pericolosa espressione che lascia aperte mille possibilità di contestazione e di fraintendimento. Un luogo della memoria lo sono senz’altro per le migliaia di bolzanini che vi hanno frequentato le scuole; che siano anche un luogo di identità per il gruppo linguistico italiano è un fatto dubbio e rappresenta essenzialmente la tesi dei partiti di destra, il cui interesse per la tutela dei beni collettivi è come minimo episodico e strumentale. Sul tema della creazione dei miti identitari del gruppo linguistico italiano si è molto dibattuto anche di recente, ed è destino che esso di quando in quando riemerga. Ma se guardiamo al caso delle Pascoli, com’è doveroso, come a un caso di tutela di un bene culturale, e cioè di un bene collettivo, non possiamo non osservare che la loro cancellazione non è solo un’aggressione alla fragile e perplessa identità del gruppo linguistico italiano, ma un’aggressione alla sensibilità di tutta la popolazione. Certo non mi meraviglio che non si sia sviluppata nel gruppo linguistico tedesco una qualche forma di attenzione per il problema: non è che la prosecuzione di quell’atteggiamento per cui al referendum per piazza della Pace gli amici di lingua tedesca furono piuttosto attirati dalla giornata di sole che dall’urna. Ma è lecito chiedersi che alla tutela della memoria novecentesca contribuisca fattivamente anche il gruppo linguistico tedesco, per l’evidente motivo che quella storia è di tutti.

Se la storia del ‘900 è infatti anche la storia dell’incontro – coatto – dei tre gruppi linguistici dell’Alto Adige, non c’è dubbio che tale storia si rifletta nelle Pascoli non solo per noi ma anche  per il gruppo linguistico tedesco, e che l’abbattimento dell’Ex Pretura di Monguelfo indigni anche gli italiani (Italia Nostra, con gli amici della “Heimatpflege”, fu in prima linea nel denunciare l’arroganza e la crassa ignoranza della classe politica nostrana, ben prima che ci pensassero Sgarbi o Citati, tanto per dire) così come le cementificazioni, gli sfregi alla struttura tradizionale del nostro paesaggio in nome di un dubbio e volgare progresso economico sono un irrimediabile insulto alle radici e all’identità che ciascuno di noi può sperare di trovare nella bellezza e nel mistero di un “manufatto”, il paesaggio, al quale l’uomo pazientemente attende da più di settemila anni.

Salvare le Pascoli dall’abbattimento? Perché? Per sentirsi dire che siamo contrari al Polo bibliotecario? Ma l’accusa di antimodernismo e di conservatorismo una volta (una volta?) toccava alla sinistra (a Pasolini un insulto così arrivava ogni secondo giorno), è ben curioso che sia ora la sinistra al governo della città a rivolgerlo a coloro che vogliono conservare la Memoria novecentesca di Bolzano e, con essa, la forma stessa del destino di convivenza al quale tedeschi italiani e ladini (ora anche più di ventimila stranieri immigrati) sono stati chiamati.

Qualcosa però bisogna fare. Le Pascoli si possono salvare anche abbattendole, se il progetto definitivo saprà conservarne il carattere urbanistico e il volume architettonico, prediligendo ove possibile la conservazione di aspetti caratteristici come appunto la scalinata. Altrimenti non è difficile prevedere quello che da più parti si evoca come effetto Piazza Walther, che non è in primo luogo il revanchismo del ventre profondo della Bolzano italiana e periferica, ma la sensazione di essere tagliati sempre fuori dalle dinamiche di decisione su beni che, comunque li si voglia guardare, appartengono a tutti, ma proprio a tutti.

Da questo punto di vista la vicenda delle Pascoli non è, come credono alcuni, una “nanostoria” solo perché succede in Via Combattenti invece che a Vienna, a Berlino o a New York. Essa è anzi probabilmente “la” storia che la comunità tutta dell’Alto Adige ha iniziato a scrivere in questi ultimi anni. Essa parla di rispetto, di attenzione, di sensibilità, di orgoglio, di salvezza e ricerca della memoria, di tutela del territorio e dei monumenti, per quanto umili essi siano, che l’uomo di tutti i tempi ha lasciato, per lo più non intenzionalmente, a ricordo di vicende piccolissime e insignificanti come può essere, nella sua sostanziale ripetitività, la vita di ogni essere umano: nascere, vivere e agire, mettere al mondo dei figli, morire. Questa storia la scrivono i cittadini che vedono la Patria svenduta e profanata, più di quanto non abbiano saputo fare, finora, i politici. Gli stessi che, a comando, fanno della tutela dei Beni Culturali lo strumento chic per stare un po’ alla calda luce dei riflettori. Qualche voto arriva sempre.

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