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Negati i finanziamenti dell’Assessorato Provinciale alla Cultura Italiana a Italia Nostra – Bolzano.

Da quando gli uffici dell’assessorato provinciale alla cultura italiana hanno tolto a Italia Nostra, per il secondo anno consecutivo, 800 (ottocento) euro di contribuito per le attività culturali, ho dovuto assumere nei confronti degli iscritti misure draconiane. “Ragazzi – gli ho detto, da questo mese dobbiamo accontentarci di una sede più modesta, ci troveremo un loft di 130 metri quadri a Gries: il lussuoso attico di 300, che abbiamo da alcuni anni in Piazza Erbe, non possiamo più permettercelo. E poi, bisognerà licenziare la servitù e limitare i lussi sibaritici cui la mia munifica presidenza da vari anni vi aveva avvezzati”. L’Associazione, però, ha reagito bene. Solo un vecchio socio ha scelto, con il conforto della filosofia stoica, di tagliarsi le vene come Seneca (però “par longo” all’uso degli Euganei) nella vasca da bagno di porfido egiziano, imitazione seicentesca del sarcofago del re ostrogoto Teoderico, che giusto ieri, dopo interminabili discussioni, abbiamo messo all’asta da Sotheby’s. Insomma ce la faremo – mi sono detto – è triste osservare tanta noblesse decadere per la taccagneria della mano pubblica, ma ce la faremo. Viva curiosità ha però destato nei sopravvissuti la motivazione con cui ci vengono negati quegli ottocento euro. Italia Nostra infatti, si legge nella lettera, non farebbe attività culturale, ma si occuperebbe soltanto di tutela dei beni culturali. La distinzione è interessante perché apre inediti scenari teorici nella definizione del concetto di cultura. Quali fossero effettivamente le imperscrutabili intenzioni dei funzionari che hanno redatto la lettera di diniego mi sfugge, ma cercherò, a beneficio degli amici di Italia Nostra che a causa delle privazioni stanno decidendo in queste ore di strappare la tessera, e dei tanti simpatizzanti che ci leggono su questo blog, di interpretarle come meglio posso. Dunque, per attività culturali si intenderebbero tra l’altro, se non vado errato, concerti, convegni, conferenze, proiezioni cinematografiche, rappresentazioni drammatiche, il ballo, forse anche le gite (no, le gite di sicuro: nei 4 milioni di euro per festeggiare Andreas Hofer c’erano anche birre e panini sontuosamente imbottiti, necessario viatico degli esausti pellegrini che si sono recati a Innsbruck a rendere omaggio all’icona antimodernista). Mi pare arduo sostenere che Italia Nostra non faccia attività culturale, anche se è vero che, essendo noi per lo più vegani, quantunque per necessità, non mangiamo panini imbottiti. Ma vorremmo sostenere, con la forza che ci deriva da un’alimentazione certo insufficiente alla bisogna, che la costante difesa dei beni culturali e ambientali è non tanto un’attività culturale, ma LA attività culturale per antonomasia. Se infatti la cultura è, tra le molte cose che essa è, e anche senza scomodare definizioni dipendenti dall’antropologia e dalla sociologia, conoscenza e godimento delle opere dell’arte e dell’ingegno dell’uomo nel corso della sua storia, proiettate sullo sfondo anche ambientale e paesaggistico in cui esse si collocano e da cui sono determinate e prodotte, è evidente che fare sensibilizzazione per la tutela dei beni culturali e del paesaggio è uno strumento come un altro per fare della (buona) cultura, tanto migliore quanto più quei beni sono minacciati e sconosciuti (o misconosciuti). È infatti nostra convinzione che sia meglio godere di un’opera d’arte e di un paesaggio finché essi concretamente esistono, piuttosto che riscoprirli in archivio, sotto forma di fotografia, anni dopo la loro irreparabile distruzione. E questo è tutto ciò che c’è da dire sull’argomento. Sono concetti semplici e, credo, condivisibili, bene inferiori, per complessità, alle capacità di intendere e di giudicare di coloro che sono chiamati a decidere se finanziare quelle associazioni culturali cui Italia Nostra si pregia di appartenere da più di quarant’anni. Federico Zeri, come ci ricorda Maria Cristina Rodeschini nel volumetto recentemente edito dall’Assessorato alla cultura italiana “Il capolavoro non esiste”, “veste i panni della coscienza critica dell’Italia del disimpegno, e la radicata convinzione dello studioso secondo la quale non esiste tutela senza conoscenza trova espressione in indimenticabili pagine di denuncia”. Dove, ovviamente, si capisce che anche non può esistere conoscenza, e cioè cultura, senza tutela. Non è compito nostro giudicare se tutte le associazioni culturali, anche a prescindere dalla quantità di voti che riescono a convogliare verso questo o quel politico di turno (il turn over, peraltro, si è un po’ incartato, da noi), magari festeggiandone pubblicamente i compleanni, valgano – su una scala appunto di merito – i finanziamenti che ricevono. Ma è certo nostro diritto sostenere che tagliare i finanziamenti a chi fa tutela dei beni culturali sia un errore di cui la cultura comunemente intesa sarà, o forse già è, la prima a fare le spese.

Umberto Tecchiati

Presidente di Italia Nostra Bolzano

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Simona Kettmeir, FAI Alto Adige sui monumenti: “Non si cancella così la Storia”

Riceviamo, condividendo appieno:

Nella attuale discussione sulla fruizione dei monumenti di regime nella nostra regione,trovo che questo spreco di denaro per un mascheramento del bassorilievo sia veramente un’operazione fine a se stessa e controproducente, quanto le “foglie di fico” per nascondere le “oscenità” della scultura classica. Sostengo il progetto di un percorso della memoria avanzato da molti storici e studiosi competenti della nostra provincia. La forza della proposta sta proprio nell’aver trovato un’alternativa, che ci permette di non cancellare la storia e il passato, ma di tenerne testimonianza, proprio perché grazie alle esperienze del passato si possa lavorare per un futuro migliore. L’idea quindi di preservare la Piazza (bassorilievo compreso), come anche il Monumento della Vittoria, per farne un “Percorso della memoria, verso un museo dei totalitarismi”, mi sembra la più corretta ed utile soluzione – dal punto di vista educativo e culturale – per dare continuità a questi monumenti e alla loro presenza in città. Ma questo si ottiene non con mascheramenti, ma affiancando ai beni nuovi strumenti di lettura, che concretamente possono tradursi nella realizzazione del Museo stesso in un ipotetico recupero funzionale del Palazzo delle Finanze, oppure con modalità più semplici, con targhe e pannelli esplicativi da affiancare ai monumenti. Direi che l’intera Piazza dimostra un approccio “totalitario”, riferito anche al concetto di architettura e di trasformazione dei territori. Ovvero, il fascismo imponeva uno stile architettonico, con conseguenti scelte architettoniche e urbanistiche, da diffondere sul territorio nazionale. Uno stile avulso dalle caratteristiche territoriali pregresse, estraneo alle identità e alla memoria locale; anzi volutamente volto a sopprimerle. La piazza lo dimostra chiaramente. Oggi, non solo grazie allo spirito democratico, ma proprio a seguito di un radicale cambiamento anche del concetto tutela del paesaggio e dei beni culturali, si è affermata la necessità di porre la massima attenzione alle identità dei luoghi in tutte le sue sfaccettature, alla percezione dei luoghi da parte di tutti cittadini, con la finalità di far risaltare e mai cancellare i segni di queste identità. È obiettivamente oramai passato troppo tempo per intervenire sulle piazze e sui monumenti di un’epoca per cancellare i segni di un`estetica relativa al Diktat di un regime. È maturata perciò anche una modalità di operare le scelte relative alle trasformazioni territoriali che prevedono e richiedono la partecipazione attiva dei cittadini, coinvolgendoli anche nel momento progettuale. Da un punto di vista architettonico la città nuova rappresenta un’identità nella quale oggi molti cittadini si possono in parte riconoscere, perché rappresenta uno stile presente in molte città italiane e che a Bolzano resta ben distinto da quello della città storica. L´insieme rappresenta un indubbio valore che vale la pena di venir preservato. Il contributo degli storici con i pannelli esplicativi per il “Percorso della Memoria” risulterà perciò determinante.

Simona Kettmeir

Presidente FAI Alto Adige

La posizione del FAI e la mozione di sfiducia al Ministro Bondi

Riceviamo da Simona Kettmeir Altichieri, Presidente del FAI di Bolzano, e volentieri, condividendo, pubblichiamo:

Il Governo ha respinto la mozione di sfiducia al Ministro Bondi: certamente gli autori dei rari messaggi ricevuti in questi giorni e che ci accusavano di non aver sposato pubblicamente le ragioni di quella mozione per opportunismo penseranno che io sia soddisfatta del risultato della votazione. Prevarrà certamente in questo giudizio l’antica e diffusa abitudine italiana di ritenere le contrapposizioni la forma più alta di dialettica trascurando il fatto che in molti casi sempre più frequenti la necessità di appartenere a una o all’altra fazione porta a scordare la ragione per la quale era nata la contrapposizione stessa. E questo è il punto: a Pompei sono crollati alcuni muri e questi gravissimi episodi hanno acceso i riflettori sulla drammatica condizione nella quale sono i beni d’arte e di natura in Italia. In qualsiasi altro Paese si sarebbe cercato di fare un’analisi seria delle ragioni, di prevedere delle strategie per correggere la rotta. Da noi no. Al fragore del crollo delle pietre a Pompei si è unito quello delle accuse urlate, tra i partiti, tra i tecnici, tra gli storici, tra i cittadini e le loro istituzioni. Il tutto poi come in una modesta commedia si è risolto e si è spento nel chiedere le dimissioni del Ministro. Chi era favorevole difendeva la cultura, chi era contrario la soffocava. Si è in un crescendo di insulti dimenticato che da anni il Ministero per i Beni Culturali vede i propri fondi tagliati, che da anni si sovrappongono le riforme più disparate spesso volte in realtà a rendere meno efficace ed efficiente quella che una volta era una struttura di tutela che l’Europa ci invidiava, che sia le istituzioni locali che i vari Governi che si sono succeduti non hanno mai considerato nei loro programmi la tutela del paesaggio e del patrimonio d’arte come prioritario e funzionale allo sviluppo di un Paese come il nostro, che nessun partito che abbia inciso sulla politica degli ultimi anni ha mai affrontato il problema del mantenimento del patrimonio culturale mettendo allo studio misure che sono già da anni in vigore nel resto d’Europa. Si sono lasciati morire i centri storici, si è stravolto il paesaggio di buona parte delle Regioni con una corsa all’edilizia senza fine in particolare dove una crescita del turismo d’arte avrebbe potuto portare occupazione e sviluppo, si è uccisa l’agricoltura, si sono tagliati i fondi già modesti delle riserve naturali……un lungo elenco di danni irreversibili. Ma si è soprattutto dimenticato che, come altre Associazioni e cittadini di buona volontà, il Fondo Ambiente Italiano da 35 anni con i fatti e non solo le parole denuncia questa drammatica situazione con forza e senza ipocrisia, con i Governi di centro destra e con quelli di centro sinistra, con le Regioni e con i Comuni e con l’unico obbiettivo di rappresentare una voce libera, indipendente e autorevole nell’interesse di tutti gli Italiani, soprattutto di quelli che sanno benissimo quanto le dimissioni del Ministro Bondi non avrebbero fermato i crolli a Pompei!

Ilaria Borletti Buitoni Presidente FAI

Addio alla concessione edilizia?

Addio alla concessione edilizia? Così – ma senza punto di domanda – il Dolomiten di venerdì 14 gennaio titolava la gran bella notizia che la concessione edilizia diventerà “superflua”. Essa non sarà cioè eliminata del tutto, ma riguarderà solo alcune tipologie di interventi edilizi. Ne saranno totalmente esclusi: parcheggi interrati connessi ad abitazioni; tutte le misure atte alla rimozione di barriere architettoniche; lavori ai sensi dell’art. 59, comma 1/b/c per manutenzione straordinaria, restauro, risanamento; varianti di progetto in corso d’opera nell’ambito dell’edificio; impianti fotovoltaici; volumi tecnici; “giardini d’inverno”; reti di protezione per la grandine. I comuni possono stabilire però, in aggiunta a quanto stabilito dalla legge, a quali altri ambiti potrà essere estesa la dichiarazione di inizio lavori (DIA). Una volta dettagliate tutte le prescrizioni nei relativi piani d’attuazione, potranno essere realizzate anche intere zone d’espansione senz’altra formalità che la denuncia di inizio lavori. Queste belle novità sono contenute nel nuovo disegno di legge urbanistica il cui iter è iniziato lunedì scorso e che l’Assessore Laimer vorrebbe promulgata entro il 2011. Come i lettori di questo giornale ricorderanno, in una presa di posizione del 2 marzo scorso, Italia Nostra (www.italianostrabz.wordpress.com) si era già espressa in modo negativo riguardo all’eventualità dell’abolizione della concessione edilizia, per motivi che a noi sembrano ovvi e che si possono riassumere nel principio che il passaggio burocratico della concessione costituisce, in tempi di deregulation, un minimo presidio a tutela di paesaggio, ambiente e beni storici e artistici. Come già in passato, la nuova legge è pensata per “semplificare” e “sburocratizzare” le attività edilizie. Dovrebbe consolarci il fatto che questa norma ci mette in pari con quanto stabilito a livello nazionale? O non dovrebbe forse suggerirci, proprio per questo, e cioè avendo a mente i tanti disastri ambientali e paesaggistici del “Bel Paese”, che la norma vecchia merita di essere conservata? La prima domanda da porsi è: a che serve tutto questo sforzo? Serve davvero a snellire il lavoro degli Uffici? A rendere meno lunghe e angosciose le attese dei costruttori? A semplificare l’iter burocratico? Sarebbe forse servito, se la concessione edilizia fosse stata abolita in tutti i casi, come proponeva inizialmente Laimer, subito smentito dal consorzio dei Comuni. Ma siccome è tecnicamente impossibile abolirla del tutto (la concessione edilizia è onerosa per chi la chiede, e porta soldi nelle casse di comuni per lo più affannati e derelitti, i quali di norma lucrano, appunto, sulla vendita e il consumo di territorio) si prova intanto a ridimensionarla, con effetti prevedibilmente nulli sul piano della “semplificazione”. E comunque: chi lo vuole un mondo “semplice”? Voglio dire, chi lo vuole un mondo in cui si scambi la semplicità con l’arbitrio? È più “semplice” imporre una decisione che nella maggior parte dei casi coinciderà solo con la volontà di chi decide – e dei suoi adepti, o è preferibile, per il bene della collettività, condividere una decisione con tutti, sentita la volontà della gente, il parere degli esperti, la sensibilità delle associazioni ambientaliste (vedi Parco Nazionale dello Stelvio)? A ben vedere, e come abbiamo più volte sottolineato, si tratta di un metodo politico, di gestione del consenso delle lobbies, tra le più potenti delle quali si colloca quella del mattone. Perché è chiaro che se la modifica alla legge urbanistica in materia di concessione edilizia non servirà a “semplificare”, essa deve comunque corrispondere a un interesse che, sfuggendo al generale comprendonio, servirà come al solito a fare gli interesse di pochissimi a discapito di tutti. Avremo impianti fotovoltaici sui tetti dei centri storici? E chi potrà impedire che i bellissimi “paesaggi di tetti” vengano deturpati? Si costruiranno intere zone di espansione senza concessione edilizia? Ad aver saputo aspettare un pochino, un gigantesco volume come quello della nuova Cantina di Gries all’Anraiterhof si sarebbe potuto costruire con la semplice Dia senza tante perdite di tempo. Quanto ai parcheggi interrati: essi sono sempre collegati a delle abitazioni! Mi pare abbastanza comico che uno parcheggi in aperta campagna, e poi si faccia quattro chilometri a piedi nella steppa per raggiungere casa. Mi faccia il piacere! Laimer dice che maggiore libertà significa maggiore responsabilità. Come dire che se lasci un assassino libero, egli responsabilmente non ucciderà. Laimer pensi a fare responsabilmente l’assessore all’ambiente, le lobbies dei costruttori hanno già abbastanza protettori, anche più in alto di lui.

Umberto Tecchiati

Presidente di Italia Nostra – Bolzano

Parco dello Stelvio: una data storica?

Lo smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio è una gran brutta pagina scritta da un governo scriteriato che per un voto di fiducia, o almeno per un’astensione, avrebbe venduto mammà, e da una giunta provinciale non meno spregiudicata che, nonostante il diverso avviso di Luisa Gnecchi, evidentemente più preoccupata dell’abbraccio mortale della SVP al Pdl nazionale, non può dirsi quel campione di rigore e di coerenza nella tutela dei beni culturali e ambientali. Italia Nostra – che la probabile parabola del Parco dello Stelvio l’aveva già intuita nel lontano 1974 all’indomani del secondo statuto di autonomia, pubblicando a Trento un libro dal titolo avveniristico: Stelvio, un parco per l’Europa.No allo smembramento, no alla speculazione – e con essa le più importanti e rappresentative associazioni ambientaliste del Paese, sono persuase che lo smembramento del Parco sia un atto profondamente sbagliato. Le motivazioni politiche e ideologiche del processo di logoramento del Parco che ha portato alla decisione del consiglio dei ministri di mercoledì scorso le ha riassunte molto bene Mauro Fattor sulle colonne dell’Alto Adige e non c’è bisogno di ritornarci sopra. È importante però ribadire che una questione di tale rilevanza avrebbe richiesto un’opinione pubblica informata, il parere del mondo scientifico e dell’associazionismo ambientalista, e infine un dibattito politico nelle sedi istituzionali. Inutile dire che nulla di tutto questo è avvenuto, e che è merito della stampa locale – non tutta – se, almeno nelle battute finali, abbiamo potuto assistere a uno spettacolo che evidentemente, nelle intenzioni degli attori, sarebbe dovuto rimanere “riservato”. Mentre Laimer, svestita la consueta glaciale grisaglia esulta, il presidente Durnwalder giudica storica la giornata di mercoledì. Mi si permetta di non essere d’accordo. La firma sullo smembramento del Parco non ha niente di eccezionale, non rappresenta niente di nuovo e di straordinario rispetto a ciò che già molte volte si è fatto nella tutela dei beni culturali e ambientali provinciali. Il meccanismo infatti è sempre lo stesso e prevede, in sequenza: a) un accordo politico/affaristico inconfessabile (vedi il Virgolo, la Cantina di Gries, i Prati di Koja a Bressanone etc.: per approfondimenti: www.italianostrabz.wordpress.com); b) la manipolazione preventiva dell’opinione pubblica, portata a deprecare lo stato di abbandono di un’area che si vuole “valorizzare”, o di cui si vuole minimizzare il valore magnificando nel contempo i progetti edilizi più squallidi (Virgolo, Anraiterhof…); c) la costruzione di un quadro giuridico che rende possibili i disegni politico/affaristici, talora formalmente impeccabile (non sempre, però: come quando i pareri tecnici degli Uffici vengono smentiti in sede politica), ma sempre sostanzialmente lesivo della protezione dell’ambiente e dei segni della storia e della cultura. A ben vedere, dunque, lo smembramento del Parco ha seguito lo stesso sperimentato iter, fino alla “vittoriosa” conseguenza finale di mercoledì, e non è chi non veda che il momento è storico solo per chi nutre equivoci sentimenti di possesso rispetto a una Heimat già venduta mille volte. Però, come sempre, non è mai troppo tardi per rimediare, né per tornare sui propri passi. Il passaggio del Parco alle province sarà veramente una data storica se oltre ai soldi, e ad una prevedibilmente ben diversa e migliore amministrazione, arriveranno anche misure concrete di tutela capaci di realizzare i disegni di protezione globale sottesi al progetto del Parco; se l’abbondanza della fauna non costituirà il pretesto per abbattimenti indiscriminati; se la “valorizzazione” del Parco non significherà divorare il territorio grazie all’abbandono dei criteri minimi di tutela e conservazione; se la giusta pretesa delle comunità locali di essere coinvolte e ascoltate non servirà a giustificare l’abbassamento della guardia rispetto alla necessità di mantenere il Parco com’è. La protezione della Heimat non è cosa del solo gruppo linguistico tedesco, come sembrano credere gli alleati di giunta italiani. È cosa di tutti coloro che, nati qui o no, sentono questa come la loro patria, e non si rassegnano all’idea che la sua protezione sia affidata a maneggi poco chiari e a persone che non hanno le necessarie competenze scientifiche né, ed è più grave, l’indispensabile spirito democratico per gestirla come occasione di dibattito e di coesione sociale e civile tra i cittadini. Intanto il carattere unitario del Parco è perso, e ogni provincia potrà fare di testa sua, finalmente “padrona in casa propria”. Una ben curiosa conclusione, per un potere politico che ogni giorno invita i cittadini a sentirsi europei, ad abbandonare il localismo, il revanchismo, a guardare lontano. Una legge “fascista” istituiva il Parco nel 1935, un decreto di un governo “repubblicano” lo abolisce: quale dei due provvedimenti debba essere considerato più deprecabile lo lascio giudicare al lettore.

Umberto Tecchiati

Parco dello Stelvio – Lettera aperta di Italia Nostra Sezione Trentina al presidente Dellai

                                                                                            

ITALIA NOSTRA – SEZIONE TRENTINA

Egr. Signor Lorenzo Dellai

Presidente della Giunta della Provincia

Autonoma di Trento

Piazza Dante, 15

38122 Trento

Oggetto: richiesta costituzione tavolo di confronto sul Parco Nazionale dello Stelvio.

Egregio presidente,

come già saprà il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo nella seduta del 17 dicembre ha chiesto e ottenuto dal Governo il rinvio di una settimana – per ulteriori approfondimenti – dell’esame della proposta di soppressione del Consorzio del Parco Nazionale dello Stelvio, approvata dalla Commissione dei Dodici in data 30 novembre 2010.

Come è noto la proposta di modifica dell’attuale assetto del Parco è stata avanzata dalla SVP, senza un preventivo confronto con l’assessore provinciale all’ambiente Alberto Pacher e senza un coinvolgimento della Regione Lombardia, delle comunità locali (di Rabbi e di Peio), del comitato di gestione del settore trentino del Parco, della Comunità della Val di Sole, degli istituti scientifici (Museo Tridentino di Scienze Naturali), delle associazioni ambientaliste e della SAT, ma neppure della Terza Commissione Permanente del Consiglio Provinciale di Trento, che si occupa di ambiente e aree protette.

Prima del passaggio in Consiglio dei Ministri – previsto per il 22 dicembre – sarebbe auspicabile un reale confronto sull’argomento con tutti i potenziali portatori di interesse collettivo a livello provinciale.

Per questo ci rivolgiamo a Lei, affinchè la Presidenza della Provincia autonoma di Trento istituisca nelle prossime ore e convochi con urgenza un TAVOLO permanente di confronto sul Parco Nazionale dello Stelvio e, nel contempo, chieda al Presidente del Consiglio dei Ministri, on. Silvio Berlusconi, di sospendere l’esame del provvedimento. 

 

 

 

 

 

Al tavolo permanente di confronto dovrebbero sedere:

  • l’assessore provinciale all’Ambiente, Alberto Pacher;
  • il presidente della Commissione dei Dodici, Mario Malossini;
  • i rappresentanti trentini in seno alla Commissione dei Dodici;
  • il presidente del Parco Nazionale dello Stelvio, Ferruccio Tomasi;
  • una rappresentanza del Comitato di gestione del settore trentino del Parco Nazionale dello Stelvio;
  • i sindaci di Peio e di Rabbi, Angelo Dalpez e Lorenzo Cicolini;
  • il presidente della Comunità della Val di Sole, Alessio Migazzi;
  • il presidente (o il vicepresidente) della SAT;
  • una rappresentanza delle associazioni ambientaliste trentine;
  • il direttore del Museo Tridentino di Scienze Naturali, Michele Lanzinger;
  • il dirigente generale del Dipartimento Risorse Forestali e Montane della Pat, Romano Masé;
  • un rappresentante della Cabina di regia delle aree protette e dei ghiacciai;
  • il presidente della Terza Commissione Permanente del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, Roberto Bombarda.

 

In attesa di una Sua cortese e sollecita risposta, colgo l’occasione per salutarLa cordialmente.

ing. Paolo Mayr

presidente della sezione trentina

 di Italia Nostra onlus

a nome e per conto di:

[CIPRA Italia, FAI, Italia Nostra, Legambiente, LIPU, Mountain Wilderness, SAT e WWF].

Cantina di Gries ultimo atto. Italia Nostra si appella al consiglio comunale

Ci siamo quasi. Tra pochi giorni il consiglio comunale di Bolzano sarà chiamato ad esprimersi sulla serie di “ricorsi” (in realtà osservazioni) che, avverso la demolizione della vecchia cantina di Gries e all’edificazione di un nuovo importante volume edilizio in sua vece, sono stati presentati in maggio da alcuni confinanti e da Italia Nostra. A quanto pare il consiglio si troverà di fronte a una serie circostanziata di motivazioni tecniche che rendono inaccettabili, agli occhi della Giunta comunale, le osservazioni di Italia Nostra e degli altri ricorrenti. Intanto credo sia bene riassumere la posizione dell’Associazione. Il 24 maggio così scrivevamo al Sindaco Spagnolli e all’Assessore Pasquali: “Coerentemente con le nostre pregresse prese di posizione, torniamo a ribadire che la demolizione della cantina di Gries rappresenta un doppio danno dal punto di vista culturale e paesaggistico. Da un lato infatti si prevede di realizzare una cubatura eccessiva (5 piani per 30.000 metri cubi) in un contesto urbanistico di estrema delicatezza, ampiamente sottoposto al regime di tutela degli insiemi, che ha potuto conservare fino ad oggi un carattere di “paese” di notevole bellezza e tipicità. La prevista conservazione di parte della cantina di Gries non la preserva da una distruzione formale – oltre che sostanziale – alla quale avremmo francamente preferito non dovere assistere. Pare peraltro evidente che l’edificazione in Piazza Gries di 100 o 150 appartamenti servirà a finanziare la nuova sede della cantina, con evidenti negative ricadute sulla qualità della vita di tutti. D’altro canto il trasferimento della nuova cantina a San Maurizio – Anraiterhof, si realizzerà sulla base di un progetto discutibile (un nuovo cubo che con notevole impudenza si vuole fare passare come rispettoso dell’ambiente!) e di sicuro, negativo impatto sul paesaggio storico (Kulturlandschaft), oltretutto su un versante in cui pare molto probabile che si presenti la necessità di onerosi scavi archeologici preventivi, trovandosi compreso tra aree certamente o presumibilmente archeologiche, come evidente nell’Archaeobrowser provinciale. Non è difficile prevedere che la costruzione del nuovo condominio in Piazza Gries, con relativo parcheggio interrato, contribuirà significativamente all’aumento del volume di traffico, già oggi molto sostenuto, anche in considerazione del fatto che l’accesso al garage non potrà che avvenire prevalentemente da Piazza Gries, essendo le strade interne troppo strette e tortuose per garantire un agevole accesso. Infine un’ultima considerazione: si vuole fare una nuova Piazza Gries, ma una c’è già, e nella sua forma attuale, ottocentesca, risponde certo al concetto di piazza meglio di quanto non potrà la nuova”. Fin qui le osservazioni di Italia Nostra, forse confutabili, e ciò anche alla luce della delibera della Giunta provinciale, d’accordo, credo, con il Comune, che modifica a favore dei costruttori le prescrizioni contenute nel documento di Tutela Insiemi del Comune di Bolzano: su 80 e rotte schede questa è stata l’unica modificata! Mi pare interessante osservare che se all’epoca qualcuno dei nostri avversari fosse stato più avveduto avrebbe potuto addomesticare anche la scheda di tutela insiemi del Virgolo. Si vede che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La stessa commissione di Tutela Insiemi, così attenta al rispetto scrupoloso dello spirito e del dettato del relativo documento, non ha potuto rigettare il progetto.

Se quindi, arrivati a questo punto, le cose si sono messe in questo modo, non resta che sperare che il Consiglio Comunale voti contro il rigetto delle argomentazioni dei vicini e di Italia Nostra, salvando la Piazza, la vecchia cantina di Gries e il paesaggio dell’Anraiterhof. Ma siamo consapevoli che le possibilità che ciò accada sono abbastanza remote. La SVP, si dice, si è spaccata, ma il voto contrario di un paio di consiglieri resipiscenti non basterà a cambiare le cose. Però Italia Nostra vuole dire questo, a coloro che hanno la responsabilità di rigettare quelle osservazioni: avete ora la possibilità, con il vostro voto contrario, di riparare a un danno la cui portata va ben oltre l’importanza e il significato della cantina di Gries e dell’Anraiterhof. Non è mai troppo tardi per accorgersi di avere sbagliato, non è mai troppo tardi per rimediare. Il vostro voto contrario starà a significare che a Bolzano esiste la ferma volontà di conservare la tutela degli insiemi come un bene prezioso e inalienabile, nonostante le pressioni delle lobbies e della troppo potente e invadente politica provinciale. Nessuno si nasconda dietro le motivazioni tecniche (le distanze tra gli edifici saranno forse sufficienti a bocciare il progetto): la città non ha bisogno di questo, ma di una presa di coscienza politica che ha sì a che fare con la tutela di specifici beni culturali e paesaggistici, ma per il tramite di questa, e in modo non secondario, con la tutela delle regole stesse che ci siamo dati per governare lo sviluppo della città.

Umberto Tecchiati