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Distruggere la Bolzano degli anni trenta e storicizzare il Monumento alla Vittoria? Mission impossible…

La presa di posizione dell’amico Maurizio Pacchiani dell’Associazione La Fabbrica del Tempo circa il previsto abbattimento della casa degli anni trenta situata all’incrocio tra Via Cesare Battisti e Via Virgilio ribadisce e sottolinea alcuni aspetti che da sempre anche Italia Nostra considera fondamentali per un ordinato sviluppo urbanistico della città. Da un lato esiste infatti la necessità di non ingessarne la crescita, dall’altro di non privarla di quel retaggio storico che non è fatto solo di monumenti, ma anche di piccoli edifici, vicoli, strade, piazze, scorci paesaggistici urbani che rendono il presente ricco e vivo perché consapevole della vita e della ricchezza di senso insite in ciò che è stato. Ogni città nasce e cresce, cambia, alcune parti possono essere totalmente distrutte per fare spazio al nuovo, il quale spesso, ma non sempre, e non per statuto, potrà risultare peggiore. Come un organismo vivo, come un essere umano, anche le città vivono brutti momenti, si ammalano, guariscono, in molti casi, in fondo non eccezionali, anche muoiono, distrutte dalla guerra o dai cataclismi naturali. Bolzano invece vive e prospera da ottocento anni, si è estesa in ogni direzione, complicandosi, evidenziando nella sua stessa urbanistica, nelle sue architetture, le contraddizioni e l’identità delle singole epoche, il divenire storico, l’inverarsi di ciò che oggi siamo concretamente. Cancellare sistematicamente il tessuto connettivo che rende solidale il presente della città alla sua storia non è un’operazione astuta né conveniente, alla lunga. Intanto resistono gli interessi particolari, le ambizioni speculative, le aspettative elettorali, e cioè il solito vecchio piccolo cabotaggio di una imprenditoria magari ricca ma ignorante, e di una politica povera ma non per questo bella. Tutto ciò, per tacere di quanto negli ultimi anni è avvenuto e che ci siamo sforzati di denunciare, avviene mentre si apre al pubblico il percorso espositivo al di sotto del Monumento alla Vittoria. Da una parte quindi si fa memoria di un monumento, con la pretesa di restituirlo al suo reale significato storico, dall’altro si fa terra bruciata di tutto ciò che a quel monumento si associava. Spero di non vivere abbastanza a lungo per vedere distrutti anche gli edifici INCIS, l’insula, bellissima, tra Via Diaz, Corso Libertà e Via Reginaldo Giuliani, forse anche il Comando delle Truppe alpine, e le scuole di Via Cadorna, per dire. Ma sarò quasi di sicuro ancora ben vivo e vegeto quando si abbatterà la Biblioteca Civica. Si sarà così ottenuto che il monumento che “faceva paura”, e che per questo è stato dotato di un curioso anello luminoso che ho visto uguale in un luna park, non faccia più paura a nessuno, perché privato di ogni riferimento alla sostanza edilizia e urbanistica degli anni trenta, e con ciò risospinto in un tempo e in un luogo che non esistono. Ma non so se augurarmi che esso smetta di fare paura: il peggio della storia torna sempre: basta smettere di temerlo, e di ricordarlo.

 

Umberto Tecchiati

Toponomastica: patrimonio esclusivo o bene comune?

L’interpretazione del significato dei nomi dei luoghi rivela all’orecchio attento una pluralità di contenuti di notevole interesse storico e culturale nell’accezione più ampia. Oltre a rivelare, di necessità, la conformazione orografica e geografica del territorio, ne mostra ad un’analisi attenta l’evoluzione diacronica, segnalando la qualità della vegetazione (pecete, faggete), la presenza, anche se oggi non più esistente, di sorgenti, di acque correnti e stagnanti, di buche ed affossamenti, di frane, di selve, di praterie. Rivela i tratti dello sfruttamento umano del territorio nel corso del tempo (ripari sotto roccia, ricoveri di bestiame, radure dissodate, campi coltivati ed orti, strade e sentieri, canali irrigui, ponti, muri, opere d’argine…), anche segnalando l’ubicazione di attività produttive (colture tradizionali e frutteti, mulini, ma anche fucine, fornaci di calce, …) o estrattive (carboniere, torbiere, cave, miniere,…). Può offrire utili tracce anche allo studio dell’evoluzione delle proprietà terriere, dei rapporti delle terre con i centri del potere, della distribuzione dei primi insediamenti attorno a castelli, monasteri, chiese. Cogliendo il caratteristico nei luoghi e rivelando anche la presenza in antico di elementi naturali o opere dell’uomo (ad esempio muri, rovine) che hanno rivestito in passato la funzione di punti di riferimento e di collettiva individuazione dei luoghi le loro denominazioni rappresentano spesso prezioso segnale e strumento di lavoro per chi opera sul territorio, per gli archeologi ad esempio, ma anche per i geologi, i forestali, gli alpinisti. Non solo. L’analisi delle coloriture linguistiche dei nomi dei luoghi rileverà anche la stratificazioni delle genti che sono entrate a vario titolo in relazione con il territorio, nel corso della storia, popoli stanziali che lo hanno abitato, popoli migranti che lo hanno attraversato, sedimento di vite e di innumerevoli passaggi. Traccia documentaria della storia naturale dei luoghi e della loro antropizzazione, testimonianza linguistica della storia dei popoli che li hanno abitati, i nomi dei luoghi veicolano anche leggende e miti, tradizioni e manifestazioni dell’ingenuità, della saggezza e della religiosità popolare.

Fa sorridere, in quest’ottica, il misurare il peso del diritto di attribuire un nome ai luoghi usando come unità di misura la quantità di tempo di permanenza sul territorio o la consistenza numerica della comunità dei parlanti che lo abitano: se trovo in un nome di un luogo ascendenze linguistiche longobarde cosa mando a dire al loro antico eponimo? sei passato sul nostro territorio e nella nostra storia come una meteora e le tue manifestazioni linguistiche non hanno da noi diritto di albergo? o lo registro e lo studio con cura e cerco di metterlo in relazione con la storia di quel luogo? Non per nulla ai nomi dei luoghi, in quanto documento linguistico della storia e delle tradizioni delle genti insediate sul territorio, viene riconosciuta dignità di beni culturali, e come tali costituiscono patrimonio della collettività alla stessa stregua dei beni monumentali, artistici, archeologici, archivistici. Anzi, la tutela dei beni culturali mostra ora, almeno a livello di principio, particolare sensibilità verso il paesaggio, verso l’ambiente entro cui l’uomo vive e si esprime: il Codice dei Beni culturali sancisce che la tutela e la valorizzazione del paesaggio – inteso come parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni – salvaguardino i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili (parte III, titolo I, Capo I, art .131). A questo potenziale identitario, anziché attingere arricchimento culturale per tutta la collettività insediata sul territorio, nella nostra terra si fa appello per alimentare la conflittualità tra i gruppi linguistici, con finalità che esulano dalla sfera culturale per entrare a pieno titolo nell’interesse di parte e nelle logiche di controllo politico del territorio. Se i nomi dei luoghi sono manifestazione linguistica della patria, laddove questo senso di patria non si vuole sia condiviso, essi diventano emblema della divisione e dello sdoppiamento identitario e culturale, anziché dell’allargamento di un senso comune. degli orizzonti culturali.

È nostra convinzione sia possibile uscire dall’empasse che sta vivendo il dibattito locale sulla toponomastica unicamente riconoscendo e rafforzando istituzionalmente il valore culturale e pertanto collettivo dei nomi di luogo, nelle diverse coloriture linguistiche delle popolazioni che hanno abitato il territorio. Accertato che ciascuno dei tre gruppi linguistici che popolano la nostra terra dispone di un bagaglio di denominazioni sia di uso attuale sia attestate storicamente afferente alla propria sfera linguistica e culturale, risulta difficile comprendere il motivo per cui la competenza sulla toponomastica, che la Provincia esercita in autonomia in esecuzione del proprio statuto ???, sia stata condotta amministrativamente solo dalla ripartizione alla cultura tedesca e ladina della Provincia assieme – oltre che ovviamente ai beni afferenti a queste due sfere culturali e linguistiche – ai beni non connotati linguisticamente, come quelli artistici, archeologici, monumentali? Maurizio/Umberto: a me risulta che la competenza sulla toponomastica ora non sia più esercitata nemmeno dall’Archivio provinciale: è vero? O meglio, risulta difficile credere che da parte italiana non si riesca a superare l’insofferenza nell’affrontare questa materia (leggi: che pizza! Quando c’è troppo benessere si discute del pelo nell’uovo) il vittimismo passivo e i triti stereotipi che impediscono la corretta valutazione del problema (la toponomastica italiana è invenzione del fascista Tolomei), rivendicando il giusto diritto di studiare con autonoma dignità e nell’ambito di istituzioni ed organi paritetici le proprie tradizioni linguistiche, quale elemento fondante ed estremamente caratterizzante della propria matrice culturale, e in essi compresi della propria parte degli aspetti linguistici e culturali trasmessi dalla toponomastica locale. Fra i tre gruppi i Ladini sono i più avanti nello studio dei nomi di luogo afferenti alla loro tradizione linguistica e culturale: per quanto riguarda gli sforzi scientifici da parte tedesca, la Provincia ha assegnato nell’autunno del 1997 l’incarico alla facoltà di Germanistica dell’Università di Innsbruck di rilevare e trascrivere, senza limitare il potenziale espressivo dialettale seppur pervenendo ad una necessaria normalizzazione fonetica e grafica delle voci  che ne consentisse l’adozione a scopi pratici (e amministrativi?), tutto il patrimonio toponomastico orale in lingua tedesca. Nella primavera del 2003 il lavoro di ricognizione poteva dirsi concluso con l’individuazione di 129.037 toponimi per 108 comuni (con esclusione di quelli dei territori ladini), cifra di tutto rispetto se pensiamo che corrisponde alla media di un toponimo ogni 5,37 ettari di superficie, media che riteniamo aumentare nel fondovalle, con l’allontanarsi dalle zone caratterizzate dall’orografia alpina. Che seguito di approfondimento scientifico ha avuto questa rilevazione? Quali analoghe iniziative sono state avviate da parte italiana? Mancano le istituzioni culturali per affrontarle, o piuttosto la volontà politica per sostenerle? Potremmo dire che mancano entrambe, o meglio che l’assenza delle prime è conseguenza dell’assenza della seconda. Si sente in questo ambito la grave assenza sul territorio di un’istituzione culturale vocata alla ricerca linguistica e filologica, ove vi sia paritario diritto di espressione e di approfondimento scientifico tra i gruppi etnici: quest’assenza è particolarmente vistosa anche per contrasto, in relazione alla invece marcata sensibilità verso le altre branche della ricerca storica, particolarmente verso la storia del Novecento, ove lo stato delle conoscenze si arricchisce di continuo degli esiti delle ricerche condotte da archivi ed istituzioni culturali, da associazioni e privati ricercatori. È forse la questione della toponomastica materia di esclusivo interesse politico o piuttosto, come sosteniamo strenuamente, tema di rilevante interesse culturale? Non è determinante un approfondimento delle conoscenze, anche in questo campo, per chiudere le troppe ferite ancora aperte? Perché nelle commissioni di odonomastica dei Comuni, ove vi è piena autonomia deliberativa, siedono unicamente rappresentanti delle parti politiche e non vengono sollecitati pareri tecnici, scientifici, storici, linguistici? Si può ragionare seriamente sul tema della toponomastica nell’intenzione di comporre i contrasti nell’interesse di tutta la comunità, in assenza di elementi scientifici di valutazione? Riconoscendo validità e legittimazione a denominazioni sulla base di gerarchie d’importanza improvvisate e prive di qualsiasi fondamento scientifico, quali macro- e microtoponomastica? O peggio con colpi di mano che delegittimano l’impianto della toponomastica amministrativa in lingua italiana, anziché come da tutti e da tempo auspicato, legittimare quella in lingua tedesca e ladina? Lo studio organico della toponomastica si compone di una rilevazione sincronica, ove viene registrata e trascritta tutta la toponomastica di tradizione orale ed essa viene georeferenziata, viene riferita cioè, operazione complessa, alle sue coordinate spaziali per l’univoca identificazione sul territorio; ad essa deve seguire una rilevazione diacronica, ove viene raccolta la documentazione delle fasi linguistiche precedenti, attestata nelle fonti documentarie e cartografiche storiche, reperibili presso gli archivi locali; la fase di raccolta deve essere affiancata da una fase di interpretazione critica dei dati, con un’indagine linguistica ed etimologica: solo un’analisi comparata delle denominazioni storiche consente infatti di rendere trasparenti ed intelleggibili nomi il cui significato, stravolto dall’uso dei parlanti o staccatosi per l’evoluzione naturale dei luoghi dalle caratteristiche che segnalava, non appare più riconoscibile. Da questo punto di vista la conoscenza delle fonti documentarie locali andrebbe notevolmente incentivata: La porzione preponderante e territorialmente più capillare di repertori ed edizioni di fonti archivistiche locali, principale strumento per la ricerca filologica delle denominazioni storiche, oggi disponibili, come pure lo stesso repertorio toponomastico tolomeiano, si rifanno ancora al clima culturale del contrasto enico-politico, figlio degli spiriti nazionalistici di entrambi i gruppi, che hanno alimentato la storia degli ultimi decenni dell’Ottocento e della prima metà del secolo scorso. Se gli sforzi profusi da ambo le parti per almeno sette decadi nell’intento di legittimazione del rispettivo diritto di primogenitura sul territorio necessiterebbero oggi di più obiettiva e tecnica valutazione, di quali elementi dispone la politica per poter valutare e legiferare, se non vuole tornare ad alimentare questo contrasto etnico? perché non favorisce l’abbassamento dei toni della polemica, dell’insofferenza, del vittimismo e della reattività sociale anche incentivando la conoscenza sul tema della toponomastica, aumentando lo spessore dell’informazione e dell’opinione pubblica, offrendo la possibilità di confrontarsi criticamente sugli sforzi di regolamentazione e sulle riflessioni scientifiche e politiche sulla materia, istituendo ad esempio un centro di studio e di documentazione sulla toponomastica che offra la possibilità di consultare bibliografia specializzata, atlanti toponomastici dell’area alpina, tesi di laurea sull’argomento, di confrontarsi con analoghe esperienze di territori plurilingui, e che soprattutto raccolga gli esiti di tutte le rilevazioni effettuate del patrimonio toponomastico del nostro territorio, edizioni di fonti e cartografia storica, che raccolga anche le proposte e i disegni di legge avanzate dai diversi gruppi consiliari provinciali (ve ne sono alcuni con allargati margini di coindivisibilità), e la documentazione dei lavori delle diverse commissioni tecniche consultive che si sono succedute (atti, pareri scientifici, verbali di sedute, relazioni, linee guida, ecc.)? Tra esse anche la Commissione provinciale di Odonomastica, incaricata di presentare linee guida per la regolamentazione e per l’assegnazione di nuove denominazioni negli spazi di pubblica circolazione dei centri abitati, ove  tra il maggio 2001 e il gennaio 2003 anche la nostra associazione ha dato il proprio contributo tecnico e scientifico. Un punto di partenza concreto e, riteniamo facilmente attuabile, e quindi colpevole omissione, sarebbe una allargata comunicazione dello stato delle ricerche in materia: lo spessore dell’opinione pubblica allargherebbe la qualità del dibattito e la coindivisibilità delle scelte.

Angela Mura

Consiglio direttivo di Italia Nostra, sezione provinciale di Bolzano

Alcune riflessioni sul concetto di paesaggio

Come bene culturale da preservare. Non soltanto il lato estetico o il lato naturale, il paesaggio è, anche e soprattutto, il frutto di produzione materiale, di cose.

Il paesaggio è il rapporto fra lo scenario naturale e l’intervento dell’uomo.

Il paesaggio vero è in continua trasformazione: non è il cambiamento di per sé che è un disvalore, ma la mancanza di pianificazione estetica di questi mutamenti, legati alle mutazioni antropologiche. Dopo la seconda guerra mondiale si è verificato uno scollamento tra politiche e territorio: si è tollerato un certo lassismo sia lungo le spiagge marittime, lacustri sia nelle zone montane; le amministrazioni di centro- sinistra non si sono occupate granché del territorio, perché lo aveva fatto il fascismo con l’”architettura arte di stato”

E Bolzano ne porta i segni, in complesso, positivi: Corso Libertà, Viale Druso con lo sfondo del Catinaccio, per citare i più significativi. Oggi però siamo di fronte a una sensibilità nuova della opinione pubblica. Con una controindicazione. La sottovalutazione degli stessi aspetti strutturali del paesaggio. Il paesaggio è bensì un fatto estetico, però soltanto a posteriori. Prima nasce da trasformazioni che l’uomo induce perché deve vivere. 

Esempio emblematico è la schiera di palazzi, uno diverso dall’altro, costruiti lungo la sponda sinistra del Talvera a valle dell’omonimo ponte., i quali, per loro eccessiva altezza, mascherano la visione del Catinaccio il quale peraltro si può ammirare dal “Museion”, ennesimo”cubo”, se non altro trasparente. Un “mix di architettura” che non scandalizza affatto l’ex assessore che ha rilasciato le concessioni. Il quale peraltro ammette che forse il mancato spostamento del Museion all’Alumix è stata un’occasione perduta.

Si osserva che se non si incanalano, le forze vitali del territorio prevarranno sempre. Si prendano le infrastrutture. Le autostrade e le superstrade di per sé possono essere un arricchimento del paesaggio ammirato percorrendole. Per progettarle gli ingegneri fecero a piedi tutto il percorso; fu modellata curva dopo curva, sposando le movenze con il territorio; fu adattata la struttura di ponti e viadotti. Poi negli ultimi trent’anni purtroppo la qualità delle infrastrutture è crollata con l’impiego dei viadotti prefabbricati, di minor costo, ma anche di minor bellezza. Non dappertutto. Occorre organizzare una tastiera di interventi differenziati e mirati. Bisognerebbe appoggiare lo sviluppo non più sulla città, ma sui centri attorno. Ciò richiede una “ri-ammagliatura” paziente che ciascun comune dovrebbe fare. Connettendo aree verdi, costruendo servizi. Oggi è ancora possibile fare di Bolzano, una città lineare fino a Laives, un luogo paesistico. Si è costruito troppo e spesso si è costruito male, come la scuola provinciale di via Roma. La quale ha bensì vinto il premio internazionale, ma il mastodontico parallelepipedo incombe sull’isolato abitativo a valle, soffocandolo. Si può ben dire che tale mole non è compatibile con il contesto circostante, che non è, comunque, inserita nel paesaggio urbano. Bisogna anche saper demolire. I comuni devono dire quali sono le situazioni insanabili, fare progetti di demolizione, come nel caso dell’isolato in questione, il quale, ironia della sorte, è vincolato dalla tutela degli insiemi. Il punto chiave è il progetto, checché ne dica il Presidente della Provincia, il quale sollecita fatti. Purché però non siano come la scuola professionale e l’assegnato nuovo inceneritore, deprecati per la loro collocazione. Senza progetto non c’è niente. Non c’è demolizione, non c’è paesaggio. Questo devono capirlo gli ambientalisti e i conservatori. Loro pensano che se “butti giù “le case fatiscenti hai ricostruito un ambiente urbano. Non è vero, hai appena incominciato.

Il nostro patrimonio possiamo ricostruirlo “conservando” o con il ripartire dalla contemporaneità.

Forse dovremmo apprenderlo dalla cultura rurale. Un contadino non pianta un melo o una vite perché è bello. I filari di meli e viti sono a una data distanza perché i più vicini non vivrebbero e più lontano il suolo non sarebbe sfruttato.

Del sole e della luce occorre tener conto anche nelle trasformazioni, perché l’uomo deve vivere in un ambiente compatibile alle sue esigenze primarie.

Renzo Segalla, membro di ITALIA NOSTRA- Sez. Bolzano

Trasformare il problema dei relitti fascisti in un tema di politica culturale.

Il richiamo alla società civile, fatto da Viola nel suo articolo “Un modello per Bolzano? Vedi Linz”, affinché contribuisca fattivamente alla soluzione del problema della “normalizzazione dei relitti fascisti in Alto Adige sostenendo il progetto del Sindaco Spagnolli, non può non  trovarci completamente d’accordo. Italia Nostra appartiene infatti da sempre a quella porzione di società civile, ancora minoritaria, a dire la verità, che ritiene necessario trasformare il problema dei relitti fascisti in un tema di politica culturale, e cioè di tutela e valorizzazione dei beni culturali, facendolo uscire dalle secche ammorbanti dello scontro politico. Esso rimane tuttavia un potente idolo politico e non si può prescindere da questo, nell’affrontarlo. Rifarsi alla mostra di Linz dedicata alla relazione tra arte e nazismo nella  capitale culturale del Führer, serve a sottolineare come anche gli eventi più dolorosi della storia tedesca ed europea possano essere raccontati affrontati metabolizzati, a più di sessant’anni di distanza, e sfruttati per favorire l’imporsi di una coscienza critica e vigile, atta a scongiurare che essi possano ripetersi, anche solo sotto mentite spoglie.

I tempi per una riflessione di questo tipo, anche in Alto Adige, sono più che maturi, e non si può non condividere, al riguardo, la pragmatica presa di posizione di Seeber (lasciare tutto com’è, con un cartello di spiegazione). Chi teme che la comunità possa spaccarsi ulteriormente rinfocolando il dibattito sui relitti fascisti, teme soprattutto che l’intelligenza pratica della gente comune, che è talvolta, per ciò stesso, anche intelligenza politica, possa alla fine sottolineare vieppiù la marginalità, l’inessenzialità, lo scollamento dalla realtà di una casta che bada essenzialmente a conservare i propri privilegi. Se il destino ci avesse provvisto infatti di una classe dirigente degna di questo nome, i monumenti fascisti sparsi non solo a Bolzano, ma anche in altre località della provincia, sarebbero da molti anni inseriti in un percorso culturale urbano ed extraurbano, capace per esempio, nel capoluogo, di toccare la preistoria e la protostoria al Museo Archeologico provinciale (una volta bisognerà chiedersi quale sia diventata la sua mission: la mostra sulle mummie francamente non aiuta a fare chiarezza su questo punto), la storia cittadina al Museo Civico (quando e se riaprirà), l’evoluzione della storia degli insediamenti e del paesaggio urbano e agreste dall’impianto medievale dei portici alle semirurali, dalla città barocca agli opifici della zona industriale etc. Non sarà semplice dietrologia sospettare che i monumenti fascisti siano sempre stati bene lì com’erano, senza essere spiegati, senza essere contestualizzati né capiti, affinché potessero per sempre scaldare le teste degli esagitati, conservare le poltrone ai politici estremisti, dividere la gente perché i cosiddetti progressisti, per i quali i tempi non sono mai maturi, potessero fingere di conservare l’equilibrio, confondendo così la saggezza con l’inerzia, l’equidistanza con l’assenza di progetti e speranze. Caso lampante in cui si manifestano, consuetamente congiunte, mancanza di coraggio e respiro politico breve e affannoso. La gente comune, quella che per senso del dovere e dell’onore fa la sua parte eleggendo i consigli comunali e provinciali, non vuole che i monumenti vengano distrutti né alterati: pretende che qualcuno che dovrebbe saperne qualcosa più di loro glieli spieghi, glieli faccia digerire, se necessario, e li conforti nell’idea che la memoria, anche la più  sgradevole, ci costruisce per quello che siamo, e mentre tenta di determinarci ci stimola ad affrancarci dal passato, ad urlare le ragioni esistenziali della nostra irripetibile umanità, qui e ora. La proposta di Durnwalder di collocare altrove il monumento all’alpino e il bassorilievo del palazzo degli uffici finanziari col pretesto che non c’è una sola città in Italia a presentare uno scandalo così, si fonda su presupposti deboli e sbagliati. Deboli, perché non è vero che non ci siano monumenti fascisti in altre città italiane (molti, è vero, sono stati distrutti dall’iconoclastia anche comprensibile delle primissime settimane dopo la fine della seconda guerra mondiale); sbagliati, perché fosse anche vero che altri monumenti fascisti non si trovano in Italia, sarebbe un motivo di più per conservarli in Alto Adige. Lasciare credere che essi servano ancora a inneggiare al fascismo e agli orrori compiuti nella guerra d’Etiopia, ovvero che gli italiani dell’Alto Adige ce li vogliano tenere per questo, è un insulto così volgare che non merita nemmeno di essere commentato. In tutta questa faccenda dei monumenti sembra sottesa una certezza paradossale: che a distruggerli, alterarli, smontarli e rimontarli altrove regnerà finalmente la pace tra i gruppi linguistici della provincia. Ma come? Non vivevamo già nel migliore dei mondi possibili?

Umberto Tecchiati