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Tutelare l’architettura contadina-Leisten wir uns den Schutz alter Bauernhöfe

 

„Quando i buoi sono scappati é inutile chiudere la stalla“, puntualizza Helmut Rizzolli, che in qualità di Obmann dello Heimatschutzverein Bozen e soprattutto in quanto presidente della fondazione „Harpfe“ si batte da anni per la tutela del territorio. Rizzolli martedì ha salutato con piacere l’intento del consiglio provinciale di salvaguardare in qualche modo l’aspetto storico del paesaggio sudtirolese proponendo una specie di tutela per masi o cascine.

In effetti l’ultima legge Omnibus contiene delle misure, che contemplano agevolazioni edilizie e maggiori contributi finanziari per agricoltori che preferissero il restauro del maso storico al posto di una costruzione nuova. Rizzolli martedì ha riunito i consiglieri Arnold Schuler, Veronika Stirner e Elmar Pichler Rolle per fare il punto su una questione spinosa e delicata, che trova soprattutto delle perplessità da parte del Bauernbund. „Dobbiamo evitare che l’aspetto storico del nostro paesaggio, caratterizzato dalla cultura e dalla tradizione contadina, sia soppiantato da un’architettura qualunquista e anonima“, dichiara Rizzolli. „Sarà possibile attraverso una maggiore sensibilizzazione e incentivi finanziari“, gli fa eco Arnold Schuler. „L’agricoltore, il proprietario deve poter permettersi la ristrutturazione“, dice Schuler. La situazione economico-finanziaria nell’anno venturo non sarà più tanto critica, prevede Pichler Rolle promette: „A metà del 2011 avremo una tutela efficace“.

Nell’ambito della conferenza di martedì Rizzolli ha presentato anche l’ultimo numero della rivista „Harpfe“, che attraverso vari contributi scientifici si dedica appunto all’architettura e alla cultura agricola locale.

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Form und Aussehen eines Hofes sind Ausdruck einer historisch gewachsenen Kultur. Und zwar von Talschaft zu Talschaft unterschiedlich. Weil die alten Bauernhöfe verschwinden und gewachsene Architektur immer häufiger einer inflationären Flut anonymer Geometer-Bauten weicht, muss es verstärkt ein Anliegen sein, historische Bausubstanz zu bewahren. Das haben am Dienstag der Obmann der Bozner Heimatschützer und gleichzeitiger Präsident der Stiftung „Harpfe“, DDr. Helmut Rizzolli, gemeinsam mit den Landtagsabgeordneten Arnold Schuler, Veronika Stirner und Elmar Pichler Rolle im Rahmen eines Pressegesprächs unterstrichen.

Bozens Heimatschützer treten seit Jahren für eine Architektur ein, die zwar modern ist, die aber gleichzeitig die geschichtliche Entwicklung nicht verleugnet. „Jetzt hört auch langsam die Politik auf uns“, betonte Rizzolli am Dienstag und verweist auf das im jüngsten Omnibus-Gesetz des Landtags verankerte Vorhaben zum „Schutz alter Bauernhöfe“. „Viele Menschen möchten ihren alten Hof erhalten, können sich aber eine Sanierung nicht leisten“, erklärte Schuler. Ein Neubau sei einfach billiger. Hier müsse die öffentliche Hand Anreize für den Erhalt der alten Bausubstanz schaffen. Die jetzt verabschiedete Omnibusregelung ist demnach nur ein erster Schritt. Jetzt müsse die Finanzierung erfolgen und außerdem werde mit dem neuen Urbanistikgesetz, das die Landesregierung vorbereite, auch „der bewusste Verfall“ bzw. die „Nichtsanierung alter Bausubstanz“ Konsequenzen haben. Veronika Stirner versucht einem in dieser Diskussion vorprogrammierten  Stellungskampf zwischen Bauern und Nicht-Bauern vorzubeugen: „Auch in der Stadt gibt es alte Bausubstanz, die es zu bewahren gilt.“ Dass der beim Schutz alter Höfe künftig zuständige Landesbeirat für Baukultur und Landschaft nur beratende Funktion haben wird, sehen die Landtagsabgeordneten als Kompromiss. Die Diskussion mit den Interessenvertretern wie etwa dem Bauernbund ist offenbar noch nicht zu Ende. „Außerdem wollen wir damit, neben Denkmal- und Ensembleschutz, nicht noch eine dritte Kategorie der Beschränkung schaffen“, erklärt Schuler. Schlussendlich umgesetzt werden soll die Schutzregelung noch im Jahr 2011. „Das Gesetz tritt im Februar in Kraft, dann kommen die entsprechenden Durchführungsbestimmungen dazu und im März gibt es vielleicht einen Nachtragshaushalt, erläuterte Elmar Pichler Rolle. Und hofft, dass „Mitte 2011 die Schutzbestimmungen greifen können“.

„Eine Harpfe ist Bestandteil eines Bauernhofes. Wir können nicht das eine erhalten und uns um das andere nicht kümmern“, erklärt Helmut Rizzolii als Präsident der Stiftung „Harpfe“. Und fügt als Obmann des Heimatschutzvereins Bozen hinzu: „Und Heimatpflege bedeutet auch Landschaftspflege in diesem Sinne“. Damit sich die öffentliche Diskussion darüber nicht im oberflächlichen Treibsand einfacher Schlagworte verirrt, liefert die neue Ausgabe der landeskundlichen Zeitschrift „Die Harpfe“ eine Handhabe dazu. Mehrere Beiträge erarbeiten aus wissenschaftlicher, architektonischer oder historischer Sicht das Problem grundsätzliche Fragen zur Entwicklung der Bauernhöfe in Tirol. „Die Diskussion über Architektur kann nicht allein den Architekten, jene über Bauernhöfe nicht allein den Bauern vorbehalten sein“, sagt der Historiker und Wirtschaftsfachmann Rizzolli. „Schließlich muss ich ja auch kein Winzer sein, um zu wissen, ob mir der Wein schmeckt oder nicht.“

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100 anni di Heimatpflege

Le tre associazioni (Tirol, Südtirol, Welschtirol) che, sia pure sotto nomi leggermente differenti, ma assolutamente unite nello spirito e negli intendimenti, si sono riunite sabato scorso a Castel Tirolo per festeggiare i cento anni della tutela dei beni culturali e ambientali nel Tirolo storico, hanno offerto una dimostrazione impressionante di lucidità, forza e passione. La sala dei Cavalieri, gremitissima, è diventata l’occasione di incontro non solo dei numerosissimi iscritti, ma anche di alcuni politici che, sotto elezioni, hanno pensato bene di non mancare. Luis Durnwalder, naturalmente, e poi Siegfried Brugger, Pius Leitner, Andreas Pöder, e Hans Heiss, la cui professione – è uno storico molto apprezzato – e l’appartenenza a un partito protezionistico, I Verdi, lo rendevano, diciamo così, meno appariscente di altri.

Dell’assenza dei politici di lingua italiana non merita parlare troppo: hanno da sempre abbandonato l’idea che i beni culturali e ambientali, in quanto beni collettivi, appartengano anche alla popolazione di lingua italiana, e quindi è naturale che spendano il loro tempo altrove e in altro modo. Però è brutto che essi diano sempre prova di prevedibilità: non starebbe male che, in nome di una perfetta integrazione di tutti i gruppi linguistici, reclamassero almeno il diritto di dire una volta la loro su musei, politica e tutela dei beni culturali, distruzione dell’identità collettiva come effetto della distruzione del paesaggio, condivisione del patrimonio storico artistico naturale come strumento di dialogo e di integrazione e così via. La toponomastica è forse l’unico argomento “culturale”sul quale prendono tutti posizione, gli uni per blandire gli estremisti di destra che rappresentano pur sempre un buon bacino di voti, gli altri per mostrarsi buoni democratici ribadendo che i primi hanno torto. Però sia detto bene e chiaramente: l’Alto Adige è patria di tutti, anche di noi italiani, nessuno si chiami fuori dalla sua protezione, o finga di non sentire o di non vedere, perché le legislature passano, ma il giudizio della storia attende tutti, per quello che vale.

Ma anche Durnwalder non naviga in acque tranquille: il suo intervento a Castel Tirolo, tutto improntato a una sorta di improbabile, tardivo e per certi versi offensivo consociativismo tra politica e associazioni protezionistiche (“tutti cooperiamo alla conservazione della natura e della storia dell’Alto Adige, e anche se le critiche alla Giunta Provinciale possono essere sul momento non leggere né piacevoli, il contributo degli Herimatpfleger è importante e apprezzabile”) è stato salutato da un applauso un po’ moscio. A raccogliere l’entusiasmo della platea sono stati invece coloro che operano sul campo con impegno e che non solo si oppongono con chiarezza alla logica della crescita illimitata e della cementificazione abnorme cui abbiamo assistito in questi anni, ma offrono anche soluzioni ai problemi della conservazione della patria, e che lamentano che in pochi anni potrebbe non esserci più bisogno di un’associazione come la loro, perché non ci sarà più niente da proteggere.

La Heimatpflege riesce ad esercitare sulla politica locale una pressione continua che torna a vantaggio di tutti, e la sua esistenza è motivo di vanto per una terra in cui troppo spesso la garanzia di espressione democratica è messa in forse da molti fattori, compresa l’indifferenza e la sufficienza, per non citare la forza delle lobbies edilizie, i tornaconti di certa stampa, o i veri e propri veti politici.

Ma il primo obbligo dell’amicizia, specialmente se l’amico è più grande e importante di te, è la lealtà, e con lealtà mi sia permesso di dire agli amici della Heimatpflege, con cui Italia Nostra ha sempre magnificamente collaborato nonostante le ovvie differenze (sulla toponomastica per es. siamo su due sponde diverse, ma gettare dei ponti è possibile),  che da questa politica autoritaria e affaristica è meglio prendere le distanze: invitarla a parlare, a proporre, se possibile anche a giustificarsi e a trovare soluzioni e nuovi indirizzi sta bene, ma è necessario trovare la via per rendere sensibile a tutti di non condividerne, nella sostanza, i fondamenti culturali, la retorica, nonché le forme di propaganda e acquisizione del consenso. La tutela dei beni culturali e ambientali è una questione civile, che interseca le più nobili vie della politica intesa come partecipazione al bene di tutti, ma è in primo luogo una questione “tecnica”: minimizzarne la portata emozionale, che è quella più facilmente strumentalizzabile, è il primo obiettivo per conseguire le migliori vittorie nella salvaguardia dei diritti collettivi.

Umberto Tecchiati