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Simona Kettmeir, FAI Alto Adige sui monumenti: “Non si cancella così la Storia”

Riceviamo, condividendo appieno:

Nella attuale discussione sulla fruizione dei monumenti di regime nella nostra regione,trovo che questo spreco di denaro per un mascheramento del bassorilievo sia veramente un’operazione fine a se stessa e controproducente, quanto le “foglie di fico” per nascondere le “oscenità” della scultura classica. Sostengo il progetto di un percorso della memoria avanzato da molti storici e studiosi competenti della nostra provincia. La forza della proposta sta proprio nell’aver trovato un’alternativa, che ci permette di non cancellare la storia e il passato, ma di tenerne testimonianza, proprio perché grazie alle esperienze del passato si possa lavorare per un futuro migliore. L’idea quindi di preservare la Piazza (bassorilievo compreso), come anche il Monumento della Vittoria, per farne un “Percorso della memoria, verso un museo dei totalitarismi”, mi sembra la più corretta ed utile soluzione – dal punto di vista educativo e culturale – per dare continuità a questi monumenti e alla loro presenza in città. Ma questo si ottiene non con mascheramenti, ma affiancando ai beni nuovi strumenti di lettura, che concretamente possono tradursi nella realizzazione del Museo stesso in un ipotetico recupero funzionale del Palazzo delle Finanze, oppure con modalità più semplici, con targhe e pannelli esplicativi da affiancare ai monumenti. Direi che l’intera Piazza dimostra un approccio “totalitario”, riferito anche al concetto di architettura e di trasformazione dei territori. Ovvero, il fascismo imponeva uno stile architettonico, con conseguenti scelte architettoniche e urbanistiche, da diffondere sul territorio nazionale. Uno stile avulso dalle caratteristiche territoriali pregresse, estraneo alle identità e alla memoria locale; anzi volutamente volto a sopprimerle. La piazza lo dimostra chiaramente. Oggi, non solo grazie allo spirito democratico, ma proprio a seguito di un radicale cambiamento anche del concetto tutela del paesaggio e dei beni culturali, si è affermata la necessità di porre la massima attenzione alle identità dei luoghi in tutte le sue sfaccettature, alla percezione dei luoghi da parte di tutti cittadini, con la finalità di far risaltare e mai cancellare i segni di queste identità. È obiettivamente oramai passato troppo tempo per intervenire sulle piazze e sui monumenti di un’epoca per cancellare i segni di un`estetica relativa al Diktat di un regime. È maturata perciò anche una modalità di operare le scelte relative alle trasformazioni territoriali che prevedono e richiedono la partecipazione attiva dei cittadini, coinvolgendoli anche nel momento progettuale. Da un punto di vista architettonico la città nuova rappresenta un’identità nella quale oggi molti cittadini si possono in parte riconoscere, perché rappresenta uno stile presente in molte città italiane e che a Bolzano resta ben distinto da quello della città storica. L´insieme rappresenta un indubbio valore che vale la pena di venir preservato. Il contributo degli storici con i pannelli esplicativi per il “Percorso della Memoria” risulterà perciò determinante.

Simona Kettmeir

Presidente FAI Alto Adige

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Lettera aperta al Presidente della provincia Luis Durnwalder, all’Assessora ai Beni Culturali Sabina Kasslatter Mur e al Sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli sul futuro dei monumenti fascisti a Bolzano e in provincia.

Gent.ma Assessora Kasslatter Mur,

Egregio Sig. Presidente, Egregio Signor Sindaco,

Da molti anni Italia Nostra segue con crescente preoccupazione l’evolversi della questione relativa al futuro dei monumenti di età fascista in Alto Adige e a Bolzano. Le vicende politiche degli ultimi giorni, e l’ampio dibattito sviluppatosi di conseguenza, ci spingono a rivolgerci alle Signorie Loro con un pressante appello in forma di lettera aperta.

Se non possiamo non condividere la necessità che i monumenti vengano opportunamente spiegati in modo da favorire ai più vari livelli di consapevolezza civile una presa di distanza netta e sperabilmente definitiva dal messaggio che essi erano chiamati a trasmettere come strumento di propaganda, oppressione e discriminazione, nondimeno crediamo che essi meritino, in quanto beni culturali ed espressione del gusto e della mentalità di un’epoca storica, di essere conservati nella forma in cui sono stati trasmessi a noi dalle generazioni che ci hanno preceduto.

Guardiamo in particolare con disappunto, in questa prospettiva di conservazione e protezione di beni culturali, ad una eventuale rimozione o mascheratura del bassorilievo del Palazzo degli Uffici Finanziari: ciò costituirebbe un evidente snaturamento dell’identità e del carattere dell’edificio e dell’insieme urbanistico in cui esso è collocato. Desideriamo a questo proposito rammentare che il Palazzo degli Uffici Finanziari è stato inserito, con delibera della Giunta Comunale, nell’elenco degli edifici giudicati di particolare valore documentario e che, come tale, è protetto dal regime di Tutela Insiemi del Comune di Bolzano. Non c’è dubbio che, nelle valutazioni tecniche e giuridiche relative al trattamento da riservare a questo bassorilievo, e in ultima analisi all’integrità dell’edificio stesso, il regime di tutela di cui esso gode non potrà essere eluso né sottovalutato, avendo esso non solo un preciso valore normativo nella pianificazione urbanistica ed edilizia della città, ma anche un profondo significato per la sua coesione civile e sociale. Ci appelliamo pertanto al Sindaco di Bolzano affinché faccia tutto ciò che è in lui per garantire anche in questo caso il rispetto della normativa vigente.

Proponiamo pertanto, alla luce di quanto esposto sopra, che il Palazzo degli Uffici Finanziari venga adibito a Museo Storico, affidando ad una seria ricerca scientifica e ad una efficace divulgazione l’analisi del significato che i totalitarismi ebbero in Alto Adige come altrove.

Per quanto riguarda il Monumento alla Vittoria abbiamo già proposto in altra sede che la prevista musealizzazione valga alla spiegazione dei contenuti del Monumento stesso, in modo da metterne chiaramente in rilievo, accanto ai motivi di anacronismo e ai contenuti politici e propagandistici, anche il significato storico e artistico, l’iconografia, la simbologia e, in ultima analisi, la distanza che separa tutto ciò dalla sensibilità di oggi.

Come giustamente notava il Presidente Durnwalder, il gruppo linguistico italiano può vantare ben altri maestri che non quelli che ispirarono quei monumenti. È dubbio che una parte significativa del gruppo linguistico italiano si riconosca in essi, e ne faccia un importante punto di riferimento per la propria identità culturale e civile. Tuttavia ogni cittadino di questa Provincia, a prescindere dal gruppo linguistico di appartenenza, pretende da chi lo governa che decisioni di questa portata non soggiacciano a logiche di potere o, peggio, elettorali, ma a un genuino desiderio di superamento di un passato troppo ingombrante per ammettere soluzioni autoritarie e improntate a un pragmatismo utile forse in altri campi, ma dannoso sul piano della coesione di cittadini chiamati a procedere insieme nella costruzione di un futuro migliore.

Ci pare infine che sia precipuo compito dell’Assessora Kasslatter Mur, in quanto titolare della delega ai Beni culturali, garantire che questi monumenti, che sono appunto beni culturali, vengano conservati e trasmessi nella forma attuale alle generazioni a venire, in modo che essi svolgano anche in futuro un importante compito educativo, specialmente nei confronti dei giovani.

Confidiamo in conclusione che la politica trovi la strada per ascoltare le molte voci di dissenso che, non solo da parte italiana, si sono levate in questi giorni, e riscopra un senso della misura e una sensibilità storica e culturale che, in questa crociata degna probabilmente di miglior causa, appaiono come offuscati, se non forse del tutto smarriti.

Distinti saluti

Dr. Umberto Tecchiati

Presidente di Italia Nostra Bolzano

Monumenti fascisti a Bolzano: beni culturali, non solo pomo della discordia

Italia Nostra ha sostenuto e sostiene che il problema del trattamento da riservare ai relitti e ai monumenti fascisti non è solo un problema politico, anche se questa componente è per forza di cose predominante, ma anche un problema di conservazione, tutela e valorizzazione di beni culturali. A noi sembra che i soldi spesi per il restauro del monumento alla vittoria, così come per qualsiasi altro monumento o bene culturale, siano soldi ben spesi, e non possiamo condividere il punto di vista di chi rinfaccia a Bondi di avere impegnato i fondi a sua disposizione per questa impresa, addirittura facendogliene una colpa politica punibile con la sfiducia. Non si può dire che Bondi sia un genio della tutela dei beni che gli vengono affidati, come dimostra il caso di Pompei, ma contestare a un ministro dei beni culturali di avere fatto, almeno nel caso di Bolzano, il suo dovere, mi pare francamente troppo. Bondi si gioca quindi ogni simpatia non quando si impegna per il restauro dei monumenti, funzione per la quale appunto è ministro, ma quando, pur di ottenere due preziose astensioni, propone di sospendere i restauri se questi non sono “condivisi”. Intanto: condivisi da chi? Dalla politica o dalla gente? E chi l’ha sentita la gente? E poi: da quando una funzione tecnica, che è quella del restauro e della conservazione di un bene culturale, passa non per gli uffici dei tecnici delle soprintendenze, e per le mani esperte dei restauratori, ma per le anticamere dei palazzi e si impiega per maneggi che con la conservazione dei beni culturali non hanno nulla a che fare? Una seconda considerazione riguarda la futura destinazione del monumento alla vittoria. Siamo tra coloro che credono che la sua apertura al pubblico e la conseguente musealizzazione siano la strada giusta perché esso, da celebrazione di un regime dittatoriale e oppressivo, diventi l’umile ma ferma dimostrazione che la storia può, deve essere letta alla luce di un principio di verità, giustizia e libertà. Se tale musealizzazione debba sfociare in un museo delle dittature (la cui ubicazione naturale sarebbe, secondo noi, proprio il Palazzo degli Uffici finanziari) o, forse meglio, in un museo del Monumento stesso, che ne esplichi storia, funzione, contesto storico, iconografia, ideologia e messaggio, non è la sede e nemmeno il momento per discuterlo. Il gruppo di lavoro Trincanato è ancora impegnato nella sua opera, silenziosa, ma speriamo efficace, per definire le linee di una strategia sul piano culturale capace di tradursi anche in pacificazione e condivisione sul piano civile. Anche da questo punto di vista l’accelerazione impressa dalla politica in queste settimane ci pare una forzatura che non va nella giusta direzione, perché contribuisce a creare intorno a questi temi un clima forsennato, quando servirebbero calma, gesso, e raziocinio. Italia Nostra è anche contraria alla rimozione del fregio di Piffrader dalla facciata del Palazzo degli Uffici finanziari di Piazza tribunale. Certo è necessario “spiegarlo”, e mentre si spiega prenderne le distanze, con lo stesso criterio che si dovrebbe adottare per “spiegare” il Monumento. Ma rimuoverlo (in senso fisico), e con la scusa di musealizzarlo, nasconderlo, come si vorrebbe fare col monumento all’alpino di Brunico, mi sembra – questa sì! – una rimozione (in senso freudiano) bella e buona che non ci aiuterà a fare i conti col nostro passato, e a diventare finalmente padroni del nostro modo di essere, in qualche modo, tedeschi e italiani, italiani e tedeschi insieme, perché questo è in fondo il destino che ci è affidato nascendo e vivendo qui. Vorrei concludere con la banale constatazione che i relitti fascisti, il Monumento, il fregio di Piffrader sono straordinari libri di storia: conosco un amico professore che, quando deve fare il fascismo, invece che farlo in classe lo fa lì, perché lì c’è tutto: la grandeur senza autoironia dell’Italietta, la strumentalizzazione a fini propagandistici dei morti, il disprezzo e il razzismo, l’eco carnascialesca delle adunate oceaniche e tutto quel che segue. In questi giorni si celebra la giornata della memoria. L’abbattimento del Lager di Via Resia non potrà essere mai abbastanza deprecato. Avremmo avuto con esso, se si fosse conservato, la rappresentazione completa di ciò che il fascismo e il nazismo poterono in questa terra come sia pure modesto paradigma di tutto ciò che essi poterono ovunque. Il nostro compito è fare memoria, resistere alla dimenticanza e alla dispersione, contrastare il revisionismo di ogni segno e non stancarci di trasmettere un insegnamento di serietà e consapevolezza alle nuove generazioni, affinché nessun fascismo, nemmeno i più nuovi e apparentemente rispettabili, si riaffacci alla ribalta della nostra storia. Ma come potremo portare a compimento tutto ciò se i segni di quell’epoca verranno dispersi e cancellati? Chi crederà che non fu un incubo, ma la realtà quotidiana per molti milioni di uomini e donne?

Umberto Tecchiati

Joseph Zoderer: lasciare Piffrader al suo posto

Sulla Tageszeitung di ieri si è levata alta la voce di Joseph Zoderer. Lasciare il bassorilievo dov’è: solo su questo edificio è possibile vedere rappresentata tutta l’ingiustizia della storia. Qui la storia è viva, è carne nella pietra. Non si può nasconderlo in un Museo. Nasconderlo. Il verbo è quello giusto, che finora forse nessuno aveva usato. Grazie a Joseph Zoderer: tra tanto chiasso inutile, una voce limpida e chiara, che Italia Nostra condivide pienamente.

Toponomastica: patrimonio esclusivo o bene comune?

L’interpretazione del significato dei nomi dei luoghi rivela all’orecchio attento una pluralità di contenuti di notevole interesse storico e culturale nell’accezione più ampia. Oltre a rivelare, di necessità, la conformazione orografica e geografica del territorio, ne mostra ad un’analisi attenta l’evoluzione diacronica, segnalando la qualità della vegetazione (pecete, faggete), la presenza, anche se oggi non più esistente, di sorgenti, di acque correnti e stagnanti, di buche ed affossamenti, di frane, di selve, di praterie. Rivela i tratti dello sfruttamento umano del territorio nel corso del tempo (ripari sotto roccia, ricoveri di bestiame, radure dissodate, campi coltivati ed orti, strade e sentieri, canali irrigui, ponti, muri, opere d’argine…), anche segnalando l’ubicazione di attività produttive (colture tradizionali e frutteti, mulini, ma anche fucine, fornaci di calce, …) o estrattive (carboniere, torbiere, cave, miniere,…). Può offrire utili tracce anche allo studio dell’evoluzione delle proprietà terriere, dei rapporti delle terre con i centri del potere, della distribuzione dei primi insediamenti attorno a castelli, monasteri, chiese. Cogliendo il caratteristico nei luoghi e rivelando anche la presenza in antico di elementi naturali o opere dell’uomo (ad esempio muri, rovine) che hanno rivestito in passato la funzione di punti di riferimento e di collettiva individuazione dei luoghi le loro denominazioni rappresentano spesso prezioso segnale e strumento di lavoro per chi opera sul territorio, per gli archeologi ad esempio, ma anche per i geologi, i forestali, gli alpinisti. Non solo. L’analisi delle coloriture linguistiche dei nomi dei luoghi rileverà anche la stratificazioni delle genti che sono entrate a vario titolo in relazione con il territorio, nel corso della storia, popoli stanziali che lo hanno abitato, popoli migranti che lo hanno attraversato, sedimento di vite e di innumerevoli passaggi. Traccia documentaria della storia naturale dei luoghi e della loro antropizzazione, testimonianza linguistica della storia dei popoli che li hanno abitati, i nomi dei luoghi veicolano anche leggende e miti, tradizioni e manifestazioni dell’ingenuità, della saggezza e della religiosità popolare.

Fa sorridere, in quest’ottica, il misurare il peso del diritto di attribuire un nome ai luoghi usando come unità di misura la quantità di tempo di permanenza sul territorio o la consistenza numerica della comunità dei parlanti che lo abitano: se trovo in un nome di un luogo ascendenze linguistiche longobarde cosa mando a dire al loro antico eponimo? sei passato sul nostro territorio e nella nostra storia come una meteora e le tue manifestazioni linguistiche non hanno da noi diritto di albergo? o lo registro e lo studio con cura e cerco di metterlo in relazione con la storia di quel luogo? Non per nulla ai nomi dei luoghi, in quanto documento linguistico della storia e delle tradizioni delle genti insediate sul territorio, viene riconosciuta dignità di beni culturali, e come tali costituiscono patrimonio della collettività alla stessa stregua dei beni monumentali, artistici, archeologici, archivistici. Anzi, la tutela dei beni culturali mostra ora, almeno a livello di principio, particolare sensibilità verso il paesaggio, verso l’ambiente entro cui l’uomo vive e si esprime: il Codice dei Beni culturali sancisce che la tutela e la valorizzazione del paesaggio – inteso come parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni – salvaguardino i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili (parte III, titolo I, Capo I, art .131). A questo potenziale identitario, anziché attingere arricchimento culturale per tutta la collettività insediata sul territorio, nella nostra terra si fa appello per alimentare la conflittualità tra i gruppi linguistici, con finalità che esulano dalla sfera culturale per entrare a pieno titolo nell’interesse di parte e nelle logiche di controllo politico del territorio. Se i nomi dei luoghi sono manifestazione linguistica della patria, laddove questo senso di patria non si vuole sia condiviso, essi diventano emblema della divisione e dello sdoppiamento identitario e culturale, anziché dell’allargamento di un senso comune. degli orizzonti culturali.

È nostra convinzione sia possibile uscire dall’empasse che sta vivendo il dibattito locale sulla toponomastica unicamente riconoscendo e rafforzando istituzionalmente il valore culturale e pertanto collettivo dei nomi di luogo, nelle diverse coloriture linguistiche delle popolazioni che hanno abitato il territorio. Accertato che ciascuno dei tre gruppi linguistici che popolano la nostra terra dispone di un bagaglio di denominazioni sia di uso attuale sia attestate storicamente afferente alla propria sfera linguistica e culturale, risulta difficile comprendere il motivo per cui la competenza sulla toponomastica, che la Provincia esercita in autonomia in esecuzione del proprio statuto ???, sia stata condotta amministrativamente solo dalla ripartizione alla cultura tedesca e ladina della Provincia assieme – oltre che ovviamente ai beni afferenti a queste due sfere culturali e linguistiche – ai beni non connotati linguisticamente, come quelli artistici, archeologici, monumentali? Maurizio/Umberto: a me risulta che la competenza sulla toponomastica ora non sia più esercitata nemmeno dall’Archivio provinciale: è vero? O meglio, risulta difficile credere che da parte italiana non si riesca a superare l’insofferenza nell’affrontare questa materia (leggi: che pizza! Quando c’è troppo benessere si discute del pelo nell’uovo) il vittimismo passivo e i triti stereotipi che impediscono la corretta valutazione del problema (la toponomastica italiana è invenzione del fascista Tolomei), rivendicando il giusto diritto di studiare con autonoma dignità e nell’ambito di istituzioni ed organi paritetici le proprie tradizioni linguistiche, quale elemento fondante ed estremamente caratterizzante della propria matrice culturale, e in essi compresi della propria parte degli aspetti linguistici e culturali trasmessi dalla toponomastica locale. Fra i tre gruppi i Ladini sono i più avanti nello studio dei nomi di luogo afferenti alla loro tradizione linguistica e culturale: per quanto riguarda gli sforzi scientifici da parte tedesca, la Provincia ha assegnato nell’autunno del 1997 l’incarico alla facoltà di Germanistica dell’Università di Innsbruck di rilevare e trascrivere, senza limitare il potenziale espressivo dialettale seppur pervenendo ad una necessaria normalizzazione fonetica e grafica delle voci  che ne consentisse l’adozione a scopi pratici (e amministrativi?), tutto il patrimonio toponomastico orale in lingua tedesca. Nella primavera del 2003 il lavoro di ricognizione poteva dirsi concluso con l’individuazione di 129.037 toponimi per 108 comuni (con esclusione di quelli dei territori ladini), cifra di tutto rispetto se pensiamo che corrisponde alla media di un toponimo ogni 5,37 ettari di superficie, media che riteniamo aumentare nel fondovalle, con l’allontanarsi dalle zone caratterizzate dall’orografia alpina. Che seguito di approfondimento scientifico ha avuto questa rilevazione? Quali analoghe iniziative sono state avviate da parte italiana? Mancano le istituzioni culturali per affrontarle, o piuttosto la volontà politica per sostenerle? Potremmo dire che mancano entrambe, o meglio che l’assenza delle prime è conseguenza dell’assenza della seconda. Si sente in questo ambito la grave assenza sul territorio di un’istituzione culturale vocata alla ricerca linguistica e filologica, ove vi sia paritario diritto di espressione e di approfondimento scientifico tra i gruppi etnici: quest’assenza è particolarmente vistosa anche per contrasto, in relazione alla invece marcata sensibilità verso le altre branche della ricerca storica, particolarmente verso la storia del Novecento, ove lo stato delle conoscenze si arricchisce di continuo degli esiti delle ricerche condotte da archivi ed istituzioni culturali, da associazioni e privati ricercatori. È forse la questione della toponomastica materia di esclusivo interesse politico o piuttosto, come sosteniamo strenuamente, tema di rilevante interesse culturale? Non è determinante un approfondimento delle conoscenze, anche in questo campo, per chiudere le troppe ferite ancora aperte? Perché nelle commissioni di odonomastica dei Comuni, ove vi è piena autonomia deliberativa, siedono unicamente rappresentanti delle parti politiche e non vengono sollecitati pareri tecnici, scientifici, storici, linguistici? Si può ragionare seriamente sul tema della toponomastica nell’intenzione di comporre i contrasti nell’interesse di tutta la comunità, in assenza di elementi scientifici di valutazione? Riconoscendo validità e legittimazione a denominazioni sulla base di gerarchie d’importanza improvvisate e prive di qualsiasi fondamento scientifico, quali macro- e microtoponomastica? O peggio con colpi di mano che delegittimano l’impianto della toponomastica amministrativa in lingua italiana, anziché come da tutti e da tempo auspicato, legittimare quella in lingua tedesca e ladina? Lo studio organico della toponomastica si compone di una rilevazione sincronica, ove viene registrata e trascritta tutta la toponomastica di tradizione orale ed essa viene georeferenziata, viene riferita cioè, operazione complessa, alle sue coordinate spaziali per l’univoca identificazione sul territorio; ad essa deve seguire una rilevazione diacronica, ove viene raccolta la documentazione delle fasi linguistiche precedenti, attestata nelle fonti documentarie e cartografiche storiche, reperibili presso gli archivi locali; la fase di raccolta deve essere affiancata da una fase di interpretazione critica dei dati, con un’indagine linguistica ed etimologica: solo un’analisi comparata delle denominazioni storiche consente infatti di rendere trasparenti ed intelleggibili nomi il cui significato, stravolto dall’uso dei parlanti o staccatosi per l’evoluzione naturale dei luoghi dalle caratteristiche che segnalava, non appare più riconoscibile. Da questo punto di vista la conoscenza delle fonti documentarie locali andrebbe notevolmente incentivata: La porzione preponderante e territorialmente più capillare di repertori ed edizioni di fonti archivistiche locali, principale strumento per la ricerca filologica delle denominazioni storiche, oggi disponibili, come pure lo stesso repertorio toponomastico tolomeiano, si rifanno ancora al clima culturale del contrasto enico-politico, figlio degli spiriti nazionalistici di entrambi i gruppi, che hanno alimentato la storia degli ultimi decenni dell’Ottocento e della prima metà del secolo scorso. Se gli sforzi profusi da ambo le parti per almeno sette decadi nell’intento di legittimazione del rispettivo diritto di primogenitura sul territorio necessiterebbero oggi di più obiettiva e tecnica valutazione, di quali elementi dispone la politica per poter valutare e legiferare, se non vuole tornare ad alimentare questo contrasto etnico? perché non favorisce l’abbassamento dei toni della polemica, dell’insofferenza, del vittimismo e della reattività sociale anche incentivando la conoscenza sul tema della toponomastica, aumentando lo spessore dell’informazione e dell’opinione pubblica, offrendo la possibilità di confrontarsi criticamente sugli sforzi di regolamentazione e sulle riflessioni scientifiche e politiche sulla materia, istituendo ad esempio un centro di studio e di documentazione sulla toponomastica che offra la possibilità di consultare bibliografia specializzata, atlanti toponomastici dell’area alpina, tesi di laurea sull’argomento, di confrontarsi con analoghe esperienze di territori plurilingui, e che soprattutto raccolga gli esiti di tutte le rilevazioni effettuate del patrimonio toponomastico del nostro territorio, edizioni di fonti e cartografia storica, che raccolga anche le proposte e i disegni di legge avanzate dai diversi gruppi consiliari provinciali (ve ne sono alcuni con allargati margini di coindivisibilità), e la documentazione dei lavori delle diverse commissioni tecniche consultive che si sono succedute (atti, pareri scientifici, verbali di sedute, relazioni, linee guida, ecc.)? Tra esse anche la Commissione provinciale di Odonomastica, incaricata di presentare linee guida per la regolamentazione e per l’assegnazione di nuove denominazioni negli spazi di pubblica circolazione dei centri abitati, ove  tra il maggio 2001 e il gennaio 2003 anche la nostra associazione ha dato il proprio contributo tecnico e scientifico. Un punto di partenza concreto e, riteniamo facilmente attuabile, e quindi colpevole omissione, sarebbe una allargata comunicazione dello stato delle ricerche in materia: lo spessore dell’opinione pubblica allargherebbe la qualità del dibattito e la coindivisibilità delle scelte.

Angela Mura

Consiglio direttivo di Italia Nostra, sezione provinciale di Bolzano

Virgolo e toponomastica: manca la cultura.

Quali affinità legano tra di loro, più o meno nascostamente, due vicende così diverse come la questione del Virgolo e quella dei cartelli di montagna? Apparentemente nessuna, ma a ben vedere abbiamo a  che fare in entrambi i casi con un tentativo, non consentito né avallato dalle leggi e  dai regolamenti, di snaturare nell’interesse di pochi il significato e la sostanza fisica di beni culturali, e in quanto tali appartenenti a tutti. Nel caso del Virgolo, infatti, un noto imprenditore, sostenuto personalmente dalle massime cariche cittadine e provinciali, ha tentato di farsi autorizzare un progetto edilizio di eccezionale impatto in un contesto ambientale che il documento comunale di Tutela Insiemi definisce come particolarmente delicato e sensibile. È necessario rammentare che questo progetto è conosciuto solo alle grandi linee e non è mai stato seriamente discusso con la città né con le numerose associazioni ambientaliste che rappresentano l’amplissimo fronte del no al medesimo, nonostante le numerose accorate richieste in tal senso. Perché ciò sia successo resta un mistero. Il Sindaco Spagnolli ha commesso un errore, forse prima umano che politico, a non ricercare il consenso attraverso un leale scambio di opinioni. Se infatti il progetto Thun è così meraviglioso come ce lo racconta, così rispettoso del verde, così risolutivo per la riqualificazione del Virgolo, e così in linea con i dettami del documento di Tutela Insiemi, perché mai le associazioni ambientaliste non avrebbero dovuto conoscerlo, approfondirne i contenuti, e una volta apprezzato sostenerlo? La tattica di temporeggiamento attuata dal sindaco ha prodotto intanto che Thun si è ritirato, ma vorrei ricordare a tutti che presto o tardi qualcuno si rifarà vivo con un nuovo progetto, è nella natura delle cose. Italia Nostra ha scritto infatti il suo primo no a qualsiasi edificazione sul Virgolo dieci anni fa (!), quando la collina delle favole non esisteva ancora nemmeno nei precordi di Thun. I sostenitori della sua iniziativa non sono poi tanti, ma importa poco, perché sono quelli che contano, e che decidono per tutti anche quando è evidente che non possono vantare un grande consenso. Le ricadute del progetto sulla città sono incognite,  ma molto sbandierate. Suggerirei di non fidarsi troppo.

La medesima tattica di chi si affretta lentamente, cui si aggiunge la proterva tendenza ad alzare costantemente l’asticella del revanchismo, si è vista nel caso dei toponimi nei cartelli di montagna. Per non sapere né leggere né scrivere l’Alpenverein avrebbe potuto e dovuto, come peraltro suggeriva anche il senatore Andreotti, che non è conosciuto per essere un pericoloso nazionalista, conservare lo status quo. Peccato però che tra coloro che hanno l’autorità per cambiare le carte in tavola e tiene i cordoni della borsa, c’è chi sa leggere e scrivere benissimo, immagina di poter cambiare lo statuto di autonomia, adoperandosi attivamente in tal senso, senza attendere le lungaggini che caratterizzano sì il dibattito politico ma lo rendono comunque anche aperto e leale, e smonta nei fatti l’idea di bilinguismo nella toponomastica lì dove teoricamente doveva vedersi meno, e cioè in montagna. Qualcosa non ha funzionato. Per accontentare la destra estremista di lingua tedesca Durnwalder esce con un “me ne frego” che è così triste sentire pronunciare da un governante, se solo pensiamo a chi portò in auge l’espressione. Contemporaneamente, però, quella destra razzista e xenofoba, ma prima di tutto culturalmente marginale e socialmente “coatta”, che l’establishment politico tedesco blandisce nei fatti, è rintuzzata dal medesimo con iniziative di tipo culturale che dovrebbero minimizzarne la portata e il consenso nella società. Un’idea in sé buona, ma tardiva (e un po’ schizofrenica), e che poteva essere tempestivamente sostituita da interventi di tipo sociale. Essa instilla tuttavia nella gente l’idea che la colpa sia degli intellettuali, e non della politica, se nel 2010 ancora esiste il nazionalismo e la contrapposizione etnica. Vorrei fare osservare che la mancanza di educazione e di sensibilità culturale, storica e politica, che non è possibile non ricondurre anche alla diffusa latitanza di una buona istruzione tra coloro che ci governano, è certo alla base della rozza pretesa di impedire alla minoranza di lingua italiana di decidere da sé quali e quanti toponimi tenere e quali no, e come chiamare un monte o un torrente, posto che gli utenti di quei toponimi sono, per motivi ovvi ma non immediatamente comprensibili a tutti, i cittadini di lingua italiana. È importante non dimenticare che è più o meno ciò che fece il fascismo, imponendo con la violenza una toponomastica italiana che non era quasi esistita, in quanto tale, prima del 1918. Delle violenze del fascismo sarebbe bene ricordarsi sempre, e non solo quando conviene, per evitare che nuovi fascismi ne continuino più o meno occultamente la pratica e la filosofia. Le vicende del Virgolo e rispettivamente dei toponimi italiani nella segnaletica di montagna sono emblematiche, e gravi, ma non più del diffuso sentimento di deriva e di perdita di peso civile che viviamo tutti i giorni immersi come siamo in un pantano dove le regole le fa un’oligarchia affaristica, usa allo sconsiderato consumo del territorio e al disprezzo delle regole.

Umberto Tecchiati

Salvare l’affresco del Liceo Classico Carducci

Quando, nel 1974, il pittore trentino Luigi Senesi completava l’affresco che orna la facciata del Liceo Classico Carducci di Bolzano, nessuno poteva immaginare che, trentacinque anni dopo, non solo la sua opera, ma lo stesso edificio avrebbero corso il rischio di andare distrutti. Quasi alle soglie della sua prematura scomparsa, morì infatti nel 1978 a soli quarant’anni, l’artista si dedicò con impegno e totale coinvolgimento alla stesura di un affresco che caratterizza la sua maturità artistica e imprime un segno ideale di notevole vigore nel tempio stesso della cultura classica e umanistica della nostra città. A noi che all’inizio degli anni ottanta frequentavamo il Liceo, quell’affresco aveva molto da dire. Raccontava, se questo è il termine giusto, di una tensione geometrica, razionale, e quindi di un vero progetto esistenziale verso l’innalzamento dello spirito. Volumi esplosi, e concatenati gli uni agli altri, resi dinamici della forza dei gialli, dei rossi, dei blu, dei bianchi, disegnano una diagonale che dal basso tende in modo progressivo verso l’alto, dove culminano, senza toccarlo, ma cingendolo, in un  disco rosso a sua volta esploso nei colori dell’iride. L’allegoria è scoperta: è quella di un approssimarsi corale, ma in un’ansia di sfida, di dolorosa consapevolezza del limite, alla chiarità della conoscenza. Quel tondo è il sole, simbolo ancestrale di vita, di calore ma anche di siderale distanza, di inattingibilità, obiettivo cui tendere senza poterlo mai davvero raggiungere. Rosso, divorante come il fuoco, esso si mostra alla coscienza che lo indaga per quello che è: la somma di molti diversi colori. E se il tutto è più della somma delle sue parti, ciò non significa che le singole parti (gli individui, il conflitto delle posizioni teoriche o dei comportamenti pratici, le aspirazioni di ciascuno di noi) non abbiano valore o importanza. Nell’affresco c’è lo spazio per due ulteriori suggestioni: in basso a destra, con movimento opposto rispetto alla diagonale principale, si trova un gruppo di figure, anch’esse bianche, che tendono verso il medesimo sole: sono forse i nostri vicini, “gli altri”, i “diversi”, i “barbari”? Non so, ma sono ritratti come figure candide quanto le altre: da qualunque mondo provengano, tendono al medesimo fine di conoscenza e, forse, di felicità. In alto a destra, incombenti sulla diagonale principale, due figure beige, grandi come ombre, sono forse i nostri antenati. Ci accompagnano, e benché la rovina del tempo li abbia resi indistinti, irrisolti e preistorici, essi ci determinano, sono la nostra stessa ombra: se mai toccheremo quel sole, essi lo toccheranno insieme a noi. È un pegno di immortalità, per loro e anche per noi, che siamo destinati ad essere a nostra volta le ombre delle generazioni a venire. Tutto questo si poteva leggere allora, e molto altro (per es. l’idea non solo cattolica ma anche umanistica di speranza,  come ha sottolineato di recente il Prof. Nolet)  se solo avessimo saputo alzare un po’ la testa, in senso proprio e in senso metaforico. Cos’è oggi, di quell’affresco? Molto poco, ormai. Un solerte giardiniere ci ha piantato davanti una siepe che ne preclude la contemplazione, un giovane reso insano dall’amore lo ha deturpato con una bomboletta spray, e il tempo ha fatto il resto, ne ha ingrigito i colori, spento la forza vitale, gli ha come steso sopra un sudario, nella previsione della distruzione.
Siamo una delle poche città, io credo al mondo, che demolisca con così gioconda irresponsabilità le proprie scuole: le Pascoli (trasferite e vestite oggi di un bel cappottino verde acido che è un insulto a qualsiasi forma per quanto primordiale di senso estetico), il Carducci, domani forse le Von Aufschnaiter. E nel fare questo ci costringe a vivere tangibilmente in un eterno presente che ha la sua oggettivazione in un certo modo di concepire l’architettura e l’urbanistica, nell’insensibile sostituzione del vecchio con un nuovo che è di norma privo della dignità di ciò che pretende di rimpiazzare, nell’arroganza con cui si emargina lo spessore e il significato storico dei contesti urbani innestando in paesaggi così sensibili volumi di qualsiasi tipo, in cui la nozione del passato e della sua civiltà (o inciviltà) siano cancellati dall’idea che essendo la storia bastevolmente risolta dall’oggi, di altro non sia bene né necessario occuparsi.  E non deve rispondere alle logiche della casualità il fatto che questa furia si applichi con così ammirevole sistematicità a quella che chiamiamo memoria del Novecento. Ma per una volta mi piace osservare che il potere si è impegnato per la salvaguardia dell’affresco, corrispondendo così alle richieste di un fronte, ampio e composito, formatosi nel frattempo in città. Questo fronte pretendeva che l’affresco venisse “strappato” e restaurato, come richiede non soltanto – e basterebbe – l’importanza dell’artista, ma gli stessi valori di civiltà e di cultura che esso rappresenta. Dove esporlo, poi, è un problema minore: se in un museo in centro o in un prato in periferia. Senesi, tuttavia, lo ha concepito per la facciata del Liceo: rimetterlo allora dov’era, sulla facciata del nuovo Carducci? E perché no? Si evocherebbero così quei fili invisibili e indissolubili che legano dialetticamente il presente al passato, quel gioco di emulazione e di specchi che rappresenta certo non tutta quanta, ma almeno una parte non trascurabile della cultura classica e, forse, di ogni cultura.

Umberto Tecchiati

primo Schoensberg e la memoria del Novecento

L’ordine del giorno che l’Assessore comunale alla Cultura Primo Schoensberg presenterà all’attenzione della Giunta e del consiglio comunale, così come presentato alcuni giorni fa sull’Alto Adige da Mauro Fattor, relativamente alla gestione politica e culturale dei c.d. relitti fascisti, merita la piena approvazione e il plauso dell’Associazione che rappresento. Riguardo a Piazza Vittoria Schoensberg propone la sistemazione dell’area verde sul retro del Monumento come possibile strumento di educazione dei giovani alla conoscenza di un passato troppo spesso strumentalizzato politicamente di fatto ignorato. C’è da sperare a questo proposito  che tale operazione si coniughi virtuosamente alla liberazione di Piazza Vittoria del parcheggio auto fuori terra che ne impedisce un uso civico confacente al pregio architettonico e urbanistico (Piazza Vittoria e gli edifici che vi fanno corona sono; come noto, inseriti nel documento comunale di tutela degli insiemi). Come autorevolmente sostenuto dallo storico Giorgio Mezzalira in un recente confronto pubblico, la storicizzazione dei relitti di età fasciata non può prescindere da una operazione culturale di alto profilo, che porti tra l’altro alla serena condivisione della storia del novecento per ciò che essa è stata e non per ciò che alcuni vorrebbero che rappresentasse ancora, a soddisfacimento degli interessi degli opposti estremismi. Ciò significa che conoscere il ventennio fascista in Alto Adige è possibile, e quanto ancora rimane, e non è poco, della Bolzano italiana voluta dal regime può autorevolmente contribuire a comprendere perché gli italiani non possono più trovare in esso motivi di identificazione, né probabilmente i tedeschi motivo di offesa o di contestazione.

La linea politica e culturale sottesa al “recupero” di Piazza Vittoria è parimenti rintracciabile nella volontà manifestata da Schoensberg di lasciare dov’è il bassorilievo di Piffrader, contrariamente a quanto a suo tempo proposto da Spagnoli e Durnwalder. Di questa proposta tuttavia, che mirava a trasferire al Museo Civico o in altra struttura il bassorilievo di Mussolini a cavallo, merita di essere comunque salvata l’idea di fondo, che consiste che consiste nell’individuare uno spazio culturale condiviso dalla cittadinanza, e questo è per l’appunto il Museo Civico, in cui esporre la memoria novecentesca di Bolzano e della sua provincia. E cioè dalla provincia vista attraverso il cas, particolare e al tempo stesso emblematico su scala più ampia, dalla città capoluogo. Dove per storia novecentesca non si intenda solo la storia tra le due guerre ma anche, per esempio, il Los von Trient pronunciato da Magnano nel 1956 a Castel Firmiano, che si trova appunto nel territorio comunale di Bolzano.

Dal progetto di Schoensberg, che non può non essere pienamente apprezzato da Italia Nostra, che da sempre sostiene in pratica le stesse cose, piace anche che sia stato reso noto, sia pure per sommi capi, prima che esso imbocchi la strada, sia pure necessaria, del confronto istituzionale nelle sedi a ciò deputate: si tratta di una forte assunzione di responsabilità dell’Assessore che tuttavia, si può prevedre, non avrà vita facile. C’è solo da sperare che il gruppo consiliare SVP, ben rappresentato alla serata di incontro voluta da Theiner con gli italiani di Via Ortles, recepisca le nuove indicazioni di massima autorità del partito e abbandoni, almeno per spirito di sopravvivenza, taluni atteggiamenti provocatori anacronistici tenuti in passato.

Vorrei aggiungere che la salvaguardia della memoria novecentesca passa anche per piccoli atti quotidiani: il recupero dei lampioni degli anni trenta di Corso Italia fortemente voluto da Italia Nostra e magnificamente realizzato dal comune, e il restauro di Ponte Roma, sono tra questi.aspettiamo tuttavia che si metta mano alla fontana del fiume Isarco di Corso Libertà, poco sopra l’incrocio di Via Locatelli, priva d’acqua e bisognosa di restauro, e alla fontana di Via Diaz, accanto ai Vespasiani, anch’essa priva d’acqua e triste. L’occasione sia propizia anche per togliere la transennatura ai Vespasiani, e per restituire decoro all’imbocco delle passeggiate.

Primo Schoensberg ha saputo ascoltare storici, esperti di architettura e di storia dell’arte. Ha ascoltato anche i molti cittadini che in vario modo gli hanno indicato una strada comune. Non tolga dalla sua agenda nemmeno il Virgolo; che della storia – anche novecentesca – di Bolzano, è una parte non marginale.

Relitti fascisti e tutela dei beni culturali in Alto Adige. (Proposte per una exit strategy)

Permettetemi di iniziare con due microscopiche osservazioni sul titolo. È interessante osservare che relitto si ricollega etimologicamente al verbo latino relinquere che significa lasciare indietro e cioè non prendere con sé. Relitto è quindi, letteralmente, ciò che è stato lasciato indietro, ciò che non è stato preso con sé da quel mostro terribile e vanificatore che è il tempo. Il quale, è vero, distrugge quanto più può, ma, come ci dice il poeta, “…non è poi/ la devastante ruspa che si dice”.

Connesso al termine relitto è poi il termine reliquia, il quale sta, rispetto al primo, in un più stretto legame concettuale con l’idea di intenzionalità. Se infatti il relitto perviene fino a noi in modo del tutto casuale, come un veliero sprofondato negli abissi e ritrovato dai cercatori di tesori, la reliquia è trasmessa intenzionalmente ai posteri perché essa venga venerata, caricata di simboli e di sensi, incaricata di sostenere, perpetuare e giustificare una ideologia (sia essa religiosa o politica). Tanto è vero che, delle reliquie, quelle per esempio dei santi (le penne dell’arcangelo Gabriele e corrispettivamente le braci su cui era stato arrostito San Lorenzo nella novella boccaccesca di Frate Cipolla), o del legno della croce, sono circolate prestissimo argute falsificazioni che da un lato provano l’importanza degli originali, dall’altro anche, mi pare, contribuiscono a demistificarne non tanto l’originalità, quanto, piuttosto, le virtù taumaturgiche. Tant’è.

La prima domanda che io mi rivolgo, e che rivolgo anche ai miei benevoli uditori è quindi: sono quelli fascisti dei relitti, come ormai è vulgatamente acquisito, o delle reliquie?

Su questo tema torneremo oltre. La seconda parte del titolo contiene un tema, quello culturale, e della tutela dei beni culturali, che l’aspro confronto politico, sovente venato di nazionalismo e di irrazionalismo, ha per lo più trascurato di prendere in considerazione.

I segni del passato, compresi quelli che appartengono al ventennio del regime fascista, sono beni culturali. Possiamo istituire una graduatoria, con manifestazioni artistiche, architettoniche, urbanistiche etc. che meritano il titolo di opera d’arte, e altre di così bassa qualità da non farsi troppo desiderare, ma esse sono ad ogni buon conto “beni culturali”.

Che cos’è un bene culturale?

Bene culturale è tutto ciò che appartiene alla creatività dell’uomo e ne documenta il grado di civiltà. In una definizione di questo tipo c’è posto davvero per tutto: per i monumenti, per le strade, per i dipinti, per la musica, i libri, gli archivi, e per tutto ciò che vi fa da sfondo in una stretta relazione di reciproca necessità (beni paesaggistici e ambientali).

Non c’è dubbio che nell’idea di bene culturale rientrino anche i toponimi e gli odonimi, che sono localmente, da sempre, motivo di scontri tanto più incomprensibili, se si pensa che su di essi esistono forti indicazioni giuridiche che non si può disconoscere o ignorare, o ricondurle furbescamente al proprio tornaconto, come ha fatto giustamente notare pochi giorni fa Francesco Palermo in un lucidissimo contributo sul tema pubblicato dall’Alto Adige.

Ma se era giusto affrontare il problema della toponomastica anche da un punto di vista giuridico, mettendo in evidenza gli aspetti che potrebbero contribuire a una pacificazione degli schieramenti, perché di questo, in queste settimane, si parla e si straparla forsennatamente, non è fuori luogo, secondo me, rammentare, con Francesco Palermo, che il tema della toponomastica è risolto una volta per tutte dallo Statuto di Autonomia.

Non si riesce francamente a comprendere, pertanto, perché esso riemerga in continuazione, e per lo più in coincidenza con gli appuntamenti elettorali. Ma non voglio parlare di questo: altri, più qualificati di me, lo hanno fatto e lo faranno.

Sarebbe peraltro auspicabile che chi ne ha l’autorità estraesse dal cassetto le innumerevoli relazioni delle innumerevoli commissioni di esperti riunitesi negli anni per dare un contributo “scientifico” alla soluzione del problema della toponomastica.

D’altra parte non c’è dubbio che il riproporre sempre i medesimi problemi con l’evidente intento di non risolverli ma di farli gravare sul dibattito politico, culturale, civile di una comunità, e in definitiva sulla qualità stessa della sua esistenza e della convivenza, introduce nella medesima un disagio quasi autistico, relegandola all’interno di una gabbia culturale e mentale in cui non c’è spazio se non per ripetere a memoria e all’infinito, come un Rain Man, i numeri dell’elenco telefonico della nostra astiosa e irresponsabile autonomia.

Transeat. Ciò che finora non si è fatto, se non in piccolissima parte e, vorrei dire, specialmente per merito di Italia Nostra (ma rammento ad es. anche le condivisibili posizioni di Paolo Campostrini e un ottimo pezzo di Romano Viola, su questo argomento, e sulla possibilità di trasformare Bolzano rispetto ai relitti fascisti, in ciò che è ora Linz, capitale europea della cultura, rispetto ai relitti del nazismo) è appunto guardare ai c.d. relitti fascisti non solo come ai residui odiosi di un regime violento e liberticida, ma soprattutto come a testimonianze della creatività e del gusto di un’epoca che arretra sempre più nel passato ma non per questo cessa di richiedere alle nostre coscienze di confrontarci criticamente con essa.

Siamo perfettamente consapevoli che questi beni culturali rappresentano ancora, per molti cittadini non solo di lingua tedesca, un ricordo moralmente insopportabile di ciò che quel regime ha potuto contro di loro ovvero, ormai, contro i loro padri. Vorrei però tranquillizzare questi amici, e dire loro che qualsiasi regime totalitario è stato ciò che è stato per tutti coloro che lo hanno subito ed eventualmente hanno voluto e saputo opporvisi, e non solo per loro.

Manlio Longon è italiano, per dire, e così i 23 ragazzi uccisi dai nazisti nel settembre del 1944 alla Caserma Mignone. Ma anche a prescindere da ciò, quanto il ventennio fascista ha lasciato in Alto Adige e a Bolzano è doppiamente meritevole di essere conservato, restaurato, valorizzato, conosciuto e compreso. In primo luogo in quanto manifestazione appunto della creatività e del gusto di un’epoca (il regime, peraltro, non lesinò affatto, quanto a qualità degli architetti e degli urbanisti chiamati ad esprimersi localmente), e in secondo luogo come esibizione plastica degli errori storici e politici di un regime del quale non vorremmo più cadere vittime.

Mi si permetta un breve intermezzo polemico. Quando Italia Nostra sostiene la necessità di tutelare e valorizzare questi monumenti – si badi: in quanto beni culturali e non, ovviamente, per apologia di fascismo – puntualmente arriva l’accusa che Italia Nostra sia “un circolo di destra” (uso le parole letterali del nostro ineffabile vicesindaco), dimenticando quante volte Italia Nostra si sia spesa a tutela di beni culturali che alcuni definirebbero “tedeschi” e che per noi sono solo ed esclusivamente beni culturali (valgano per tutti l’Ex Pretura di Monguelfo, la Cantina di Gries, il biotopo di Castelfeder, la gola del Rio Fago etc.).

Italia Nostra non deve esibire patenti di lealtà democratica e autonomistica: queste patenti siamo noi a chiederle a coloro che fanno l’impossibile per tradurre gli sforzi di dialogo e di comprensione reciproca in altrettanti anacronistici motivi di contrasto e di recriminazione tra i gruppi.

L’accusa che Italia Nostra sia di destra è così ridicola e triviale che quasi non meriterebbe di essere commentata, se non fosse che introduce l’erronea opinione, erronea, voglio dire, da un punto di vista logico-razionale, che chi si batte per la tutela dei beni culturali e ambientali possa essere, per ciò stesso, un fascista, un nazista, un giacobino, un cattolico o un ateo a seconda che i beni che vuole proteggere possano essere catalogati come fascisti, nazisti giacobini etc. Ciò presuppone peraltro che esistano per es. beni culturali fascisti piuttosto che beni culturali di età fascista. Quei monumenti, nati a glorificazione di un regime, saranno fascisti anche oggi, e sottolineo la determinazione di tempo, solamente per coloro che vi si rivolgeranno appunto come a manifestazioni che glorificano un regime per loro glorificabile. Saranno cioè, per rispondere alla domanda iniziale, delle reliquie. Per tutti gli altri, e credo di poter dire che essi sono la stragrande maggioranza degli abitanti di questa terra, i monumenti fascisti sono ormai solo monumenti di età fascista, spesso più che apprezzabili sotto il profilo estetico, e meritevoli di essere conservati e tramandati alle nuove generazioni che vi troveranno motivi di riflessione e di edificazione culturale e spirituale.

Per tutti questi motivi non posso condividere l’opinione violenta di alcuni cittadini di lingua tedesca che chiedono la rimozione, la distruzione, la cancellazione di beni culturali politicamente sgraditi. Ma condivido l’opinione di molti amici di lingua tedesca, per i quali i monumenti fascisti debbono essere commentati, cioè non possono essere lasciati lì come se dovessero per sempre testimoniare l’appartenenza schiavile e quindi coatta dell’Alto Adige allo Stato Nazionale (l’Autonomia la rende già di fatto, peraltro, uno stato nello stato), e cioè, implicitamente, il fatto che questa appartenenza sia stata per così dire fondata dal fascismo il cui testimone di violenza e sopraffazione è poi passato sostanzialmente inalterato nelle mani dell’Italia Repubblicana, ma debbono essere provvisti di pannelli che ne spieghino il significato storico e politico. Ma a questi amici ricordo che ad esempio il Monumento alla Vittoria è già spiegato e commentato. Vogliamo spiegare e commentare anche il Palazzo degli Uffici Finanziari? Facciamolo. Anzi: fatelo: mi meraviglio che la SVP, che può impedire ad oltranza a una città capoluogo in cui non ha politicamente la maggioranza che ha altrove, di dotarsi di un adeguato strumento di pianificazione territoriale ed urbanistica – il Masterplan – e che siede nei banchi di una maggioranza che si è spesso mostrata più che benevola nei suoi confronti, non riesca a fare scrivere due righe per commentare il bassorilievo del Palazzo degli Uffici Finanziari. Hans Piffrader, artista di lingua e formazione tedesca, tenente dei Kaiserjäger nella grande guerra e autore di un monumento ad essi eretto a Bergisel, Dableiber, oltre che celebrato scultore attivo sotto il fascismo (suo è appunto il bassorilievo del Palazzo degli Uffici finanziari, nato come una delle quasi 5000 case del fascio sparse in Italia e nelle colonie d’oltremare), subisce, si direbbe, il risentimento postumo dedicato ai traditori. Per questo, anche per questo, ogni tanto le sue opere vengono minacciate di distruzione?

Secondo intermezzo polemico. Forse non tutti sanno che una legge dello Stato dispone che gli edifici pubblici che hanno più di cinquant’anni – e qui è chiaro che tutti gli edifici pubblici di età fascista ricadono in questa definizione, sono per ciò stesso sottoposti a vincolo monumentale. Il vincolo monumentale, nel resto d’Italia, è un atto del Ministro competente; in Alto Adige un atto della Giunta Provinciale, con cui si dichiara il valore culturale di un immobile e la sua protezione per l’avvenire. Il vincolo viene annotato al libro fondiario e accatastato come un ceppo sull’immobile. Tale atto di norma deprime il valore dell’immobile, che ovviamente vale di più, sul mercato, se non ha ceppi di sorta, e questo è il motivo per cui in genere i privati cittadini guardano con insofferenza all’imposizione di un vincolo su un terreno o un edificio di loro proprietà. Nel 2005 la GP ha emanato una norma che di fatto svuota quella statale di qualsiasi valore, imponendo che gli edifici pubblici con più di cinquant’anni siano vincolati solo su espressa richiesta della Soprintendenza, altrimenti manufatti di grande valore artistico come, ad es., l’ippodromo di Maia, il Municipio di Merano, l’Ex-Gil di Via Roma a Merano, l’Ex Gil di Bressanone, o, a Bolzano, gli Uffici Finanziari e il Tribunale di Piazza Tribunale, La Biblioteca Civica, che ancora attendono di essere vincolati, valgono tanto, per dire, quanto un brutto edificio popolare degli anni ottanta, cioè niente. Per non parlare dei molti edifici di proprietà privata. Bisogna notare che la Soprintendenza può anche proporre un vincolo, ma è poi la Giunta Provinciale che emana il relativo atto. Quindi se l’orientamento politico, come in effetti si verifica attualmente, è contrario alla tutela di questi monumenti, la proposta di vincolo avanzata dalla Soprintendenza può essere rigettata e il monumento rimanere senza protezione giuridica alcuna. Con riferimento, ad es., al Palazzo degli Uffici Finanziari, l’Assessore competente si è già detto contrario a qualsiasi vincolo. La Soprintendenza che fa? Evita ovviamente, e ciò si comprende ampiamente da un punto di vista strategico, di andare incontro a un insuccesso – il rigetto da parte della Giunta Provinciale di una proposta di vincolo – che in definitiva la indebolisce. Ma così facendo finisce per indebolirsi ugualmente, e in un senso ulteriore e forse più profondo e gravido di conseguenze sul piano anche morale, perché un Ufficio tecnico deve andare avanti per la propria strada, indipendentemente dal gradimento che possa riceverne dalla parte politica, soprattutto se questa strada è tracciata dalla legge e definita dalle necessarie competenze tecnico-scientifiche.

La storia, come si diceva all’inizio, distrugge quanto più può, ma conserva quasi sempre la rispettiva posizione degli attori che, sulla scena, hanno interpretato il gioco delle parti, e questo dovrebbe stimolare tutti, per quel che vale, a giocare correttamente e fino in fondo il proprio ruolo, nell’interesse di tutti, visto che i beni culturali sono, almeno giuridicamente e in linea teorica, beni collettivi.

Italia Nostra sarebbe per rivedere questa norma provinciale, verificarne innanzitutto la legittimità giuridica, e stanare il potere provinciale sugli effettivi intendimenti di un procedimento di questo tipo. Si tenga presente infine che la Soprintendenza dovrebbe avere ben più funzionari e ben più mezzi per fare fronte anche a questo nuovo carico di lavoro che la legge statale la esentava dall’accollarsi.

Alcuni mesi fa, quando imperversava la polemica sui monumenti che ha preceduto quella attuale sui toponimi, Italia Nostra scrisse un articolo di provocazione in cui in pratica si diceva a tutti: sangue freddo, i monumenti sono vincolati, quindi non corrono alcun rischio. Mi aspettavo che qualcuno intervenisse per dire che questo non è vero, ma non è successo. Un amico sindaco di un comune altoatesino, che ho interpellato sul perché di questo silenzio, mi ha spiegato che quando un intervento a mezzo stampa colpisce nel segno, chi ne accusa il colpo non ha alcun interesse a richiamare ulteriormente l’attenzione dell’opinione pubblica sul medesimo, per mezzo di una smentita. E io che mi aspettavo il “dibattito”. Come si dice: o gran bontà de’ cavalieri antiqui.

 Ma tutto questo si innesta su un discorso ben più ampio, che prende il nome di difesa della memoria del novecento. Credo di avere portato finora sufficienti puntelli a sostegno della tutela dei beni culturali di età fascista come aspetto di un più generale atteggiamento di protezione dei beni culturali di tutte le epoche e di tutte le estrazioni. Tuttavia è chiaro che tutelare quei beni esige un contraltare che consiste nel tutelare anche, ad es., le manifestazioni del razionalismo tedesco meglio noto con il nome di Tiroler Moderne e di cui sono varie testimonianze anche in Alto Adige, per es. a Colle Isarco, opera dell’architetto Wilhelm Nicolaus Prachensky.

Contestualmente si richiede che la difesa della memoria artistica e culturale del novecento, da qualunque ambiente prodotta, sia un affare condiviso da tutti i gruppi, e qui mi rivolgo non solo alla società civile e alla politica, ma anche agli amici delle associazioni protezionistiche di lingua tedesca, perché è nel novecento che si produce l’Alto Adige/Südtirol di oggi, che piaccia o meno, ed è su questo terreno che i gruppi si scontreranno, o si incontreranno una volta per sempre.

 Umberto Tecchiati

Trasformare il problema dei relitti fascisti in un tema di politica culturale.

Il richiamo alla società civile, fatto da Viola nel suo articolo “Un modello per Bolzano? Vedi Linz”, affinché contribuisca fattivamente alla soluzione del problema della “normalizzazione dei relitti fascisti in Alto Adige sostenendo il progetto del Sindaco Spagnolli, non può non  trovarci completamente d’accordo. Italia Nostra appartiene infatti da sempre a quella porzione di società civile, ancora minoritaria, a dire la verità, che ritiene necessario trasformare il problema dei relitti fascisti in un tema di politica culturale, e cioè di tutela e valorizzazione dei beni culturali, facendolo uscire dalle secche ammorbanti dello scontro politico. Esso rimane tuttavia un potente idolo politico e non si può prescindere da questo, nell’affrontarlo. Rifarsi alla mostra di Linz dedicata alla relazione tra arte e nazismo nella  capitale culturale del Führer, serve a sottolineare come anche gli eventi più dolorosi della storia tedesca ed europea possano essere raccontati affrontati metabolizzati, a più di sessant’anni di distanza, e sfruttati per favorire l’imporsi di una coscienza critica e vigile, atta a scongiurare che essi possano ripetersi, anche solo sotto mentite spoglie.

I tempi per una riflessione di questo tipo, anche in Alto Adige, sono più che maturi, e non si può non condividere, al riguardo, la pragmatica presa di posizione di Seeber (lasciare tutto com’è, con un cartello di spiegazione). Chi teme che la comunità possa spaccarsi ulteriormente rinfocolando il dibattito sui relitti fascisti, teme soprattutto che l’intelligenza pratica della gente comune, che è talvolta, per ciò stesso, anche intelligenza politica, possa alla fine sottolineare vieppiù la marginalità, l’inessenzialità, lo scollamento dalla realtà di una casta che bada essenzialmente a conservare i propri privilegi. Se il destino ci avesse provvisto infatti di una classe dirigente degna di questo nome, i monumenti fascisti sparsi non solo a Bolzano, ma anche in altre località della provincia, sarebbero da molti anni inseriti in un percorso culturale urbano ed extraurbano, capace per esempio, nel capoluogo, di toccare la preistoria e la protostoria al Museo Archeologico provinciale (una volta bisognerà chiedersi quale sia diventata la sua mission: la mostra sulle mummie francamente non aiuta a fare chiarezza su questo punto), la storia cittadina al Museo Civico (quando e se riaprirà), l’evoluzione della storia degli insediamenti e del paesaggio urbano e agreste dall’impianto medievale dei portici alle semirurali, dalla città barocca agli opifici della zona industriale etc. Non sarà semplice dietrologia sospettare che i monumenti fascisti siano sempre stati bene lì com’erano, senza essere spiegati, senza essere contestualizzati né capiti, affinché potessero per sempre scaldare le teste degli esagitati, conservare le poltrone ai politici estremisti, dividere la gente perché i cosiddetti progressisti, per i quali i tempi non sono mai maturi, potessero fingere di conservare l’equilibrio, confondendo così la saggezza con l’inerzia, l’equidistanza con l’assenza di progetti e speranze. Caso lampante in cui si manifestano, consuetamente congiunte, mancanza di coraggio e respiro politico breve e affannoso. La gente comune, quella che per senso del dovere e dell’onore fa la sua parte eleggendo i consigli comunali e provinciali, non vuole che i monumenti vengano distrutti né alterati: pretende che qualcuno che dovrebbe saperne qualcosa più di loro glieli spieghi, glieli faccia digerire, se necessario, e li conforti nell’idea che la memoria, anche la più  sgradevole, ci costruisce per quello che siamo, e mentre tenta di determinarci ci stimola ad affrancarci dal passato, ad urlare le ragioni esistenziali della nostra irripetibile umanità, qui e ora. La proposta di Durnwalder di collocare altrove il monumento all’alpino e il bassorilievo del palazzo degli uffici finanziari col pretesto che non c’è una sola città in Italia a presentare uno scandalo così, si fonda su presupposti deboli e sbagliati. Deboli, perché non è vero che non ci siano monumenti fascisti in altre città italiane (molti, è vero, sono stati distrutti dall’iconoclastia anche comprensibile delle primissime settimane dopo la fine della seconda guerra mondiale); sbagliati, perché fosse anche vero che altri monumenti fascisti non si trovano in Italia, sarebbe un motivo di più per conservarli in Alto Adige. Lasciare credere che essi servano ancora a inneggiare al fascismo e agli orrori compiuti nella guerra d’Etiopia, ovvero che gli italiani dell’Alto Adige ce li vogliano tenere per questo, è un insulto così volgare che non merita nemmeno di essere commentato. In tutta questa faccenda dei monumenti sembra sottesa una certezza paradossale: che a distruggerli, alterarli, smontarli e rimontarli altrove regnerà finalmente la pace tra i gruppi linguistici della provincia. Ma come? Non vivevamo già nel migliore dei mondi possibili?

Umberto Tecchiati