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Italia Nostra accanto agli studenti per la salvaguardia del Pascoli

Dal quotidiano Alto Adige — 19 aprile 2006   pagina 14   sezione: CRONACA

BOLZANO. I ragazzi delle «Pascoli» chiedono aiuto ai bolzanini, agli studenti italiani e tedeschi. Vogliono che quella di venerdì sia una grande manifestazione in difesa del complesso scolastico. Due appuntamenti per domani: riunione dei rappresentanti di istituto delle scuole per decidere l’adesione, banchetti per la raccolta di firme in tutti i quartieri. Per Italia Nostra il caso ormai è nazionale. E intanto protestano anche gli studenti dell’Università.
 Mentre la mobilitazione cresce, l’assessore Florian Mussner gela le speranze: «Si va avanti con il polo bibliotecario. Si terrà conto della memoria, ma la biblioteca è troppo importante». Si vedrà.
 Si cercano alleati. Alessandro Facchin (rappresentante di istituto) e Silvio Vinella, entrambi della quinta «E» del Liceo pedagogico artistico «Giovanni Pascoli», spiegano come si muoverà nei prossimi giorni il movimento «Rescue P» (Salviamo le Pascoli), che ha già raccolto circa 1500 adesioni. «Vogliamo coinvolgere tutta la città e le altre scuole, il mondo italiano e tedesco». I rappresentanti di istituto decideranno domani se aderire alla manifestazione che alle 8.30 di venerdì si riunirà davanti alle Pascoli per muovere in corteo verso il Comune. Sempre domani i ragazzi iniziano la raccolta firme nei quartieri. Attendono anche un incontro con l’asSESSORe all’urbanistica Silvano Bassetti, che fa sapere «sono pienamente disponibile. Spiegherò che non sono animato da un istinto killer: se qualcuno presenterà un progetto che consente di salvaguardare facciata e scalinata, sarò felicissimo di dare il via libera. Ma mi sembra difficile». Oggi la riunione della commissione di concorso.
 «La politica non ci userà». Gli studenti si accalorano in particolare su un argomento: «Non vogliamo essere strumentalizzati, come lascia intendere l’assessore Repetto. Rescue P è un movimento a-politico. Vogliamo salvare la scuola, per il carico di memoria che porta con sé. Punto. Venerdì saranno tutti benvenuti, ma senza simboli di partito o altro. Ci sarà solo il nostro striscione, con la scritta bilingue Salviamo il Pascoli». An intanto rivendica il successo della propria raccolta firme. Sempre Repetto sgrida: dove erano i ragazzi due anni fa, quando venne bandito il concorso? La risposta è secca: «Meglio tardi che mai. Ora siamo molto arrabbiati».
 Almeno la facciata. Non è in discussione, spiegano, il trasferimento del liceo pedagogico a Firmian (dove il cantiere è già partito): «L’unica nostra politica è quella del buon senso, per questo troviamo sgradevole la contrapposizine Pascoli-polo bibliotecario. Si faccia la biblioteca, ma salvando la facciata e la scalinata. E’ un ricordo troppo importante per il quartiere, per gli studenti e gli ex».
 Insegnanti a consulto. La preside Laura Canal ha dichiarato: «Sono orgogliosa di loro». Oggi riunirà il consiglio di presidenza per decidere l’eventuale adesione ufficiale al corteo. Ma avverte: «Deve essere una battaglia di cultura e memoria. Se diventa politica, non ci sto».
 Appello di Italia Nostra. Prima di arrendersi alla potenza della Provincia, l’associazione gioca la carta del caso nazionale. «Stiamo preparando un appello che verrà firmato da Carlo Ripa di Meana, nostro presidente nazionale, e da personalità di calibro», anticipa Nicola Angelucci, presidente a Bolzano. Umberto Tecchiati, archeologo e vicepresidente, aggiunge: «Non è realistico pensare che il sovrintendente Stampfer ponga oggi un vincolo. La salvezza delle Pascoli può arrivare solo dalla politica, che può fare cambiare percorso».
 L’Università. Sul piede di guerra anche gli studenti dell’ateneo. Difendono il vecchio ospedale, una cui ala rischia di essere sacrificata al nuovo cubo di via Ospedale: «Niente da dire sulla nuova costruzione – spiegano i rappresentanti degli studenti -, abbiamo enorme bisogno di spazi. Ma demolire l’ala dell’ospedale è un errore. Siamo pronti a scendere in piazza».

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Pascoli: molto più che una scalinata

Dopo tante energie spese negli ultimi due anni per sottrarre le Pascoli a un destino che pare ormai inesorabile, e cioè l’abbattimento, “salvare le Pascoli” sembra ora un vuoto e dannoso slogan. Da una parte infatti il concetto di salvezza dell’edificio si è enormemente diluito a causa delle molte riflessioni politiche, tecniche, amministrative (direi però soprattutto politiche), perdendo così di significato, o assumendo un significato sempre più confuso e ambiguo. Dall’altra invece tale concetto protezionistico è venuto a coincidere, nelle valutazioni di molti che auspicano l’abbattimento dell’edificio, con il rifiuto stesso del polo bibliotecario, come se salvare le Pascoli significasse voler rinunciare deliberatamente, e colpevolmente, a un bene così atteso e importante.

Entrambi gli aspetti – la necessità di tutelare in qualche modo un edificio storico e quella, non meno pressante, di dotare la città capoluogo di un importante centro di cultura e di ricerca scientifica – meritano di essere brevemente discussi, perché ci sembrano un po’ emblematici di un certo modo di fare tutela dei Beni Culturali e, anche, di fare politica in Alto Adige e a Bolzano. 

Salvare dalla distruzione un edificio storico al quale si riconoscono particolari valenze sul piano affettivo, della riconoscibilità e della caratterizzazione urbanistica di una città, non è di destra né di sinistra. È un gesto di civiltà, anche se, forse, il diritto specifico delle Pascoli di essere salvate deve confrontarsi con il giudizio, largamente condiviso, che l’edificio non sia granché dal punto di vista artistico. Il Soprintendente Stampfer vi riconosceva tutt’al più l’originalità della scalinata d’accesso principale, e su questo argomento si è concentrata, a vero dire un po’ speciosamente, una parte non marginale della discussione. Di recente Stefano Fattor è entrato nel dibattito con un contributo a nostro avviso meritevole di attenzione e rispetto, proponendo cioè che delle Pascoli si salvi, se non l’edificio in sé, almeno l’impronta che l’edificio ha impresso, dal punto di vista urbanistico, in questo particolare angolo della Bolzano razionalista, riproducendone alzato, cubatura, movenze e linee, almeno sul fronte pubblico. In altri termini sembra importante conservare la memoria, nel nuovo manufatto, del disegno urbanistico complessivo, affinché il suo inserimento nel tessuto cittadino attuale venga visto non come una nuova colata di cemento, ma come un’armonica aggiunta, anzi una necessaria sopravvivenza del vecchio nel nuovo.

Devo rammentare a questo proposito che uno degli argomenti che più rendeva restia Italia Nostra a prendere decisamente posizione per l’abbattimento, erano i numeri riguardanti la cubatura del nuovo manufatto: si temeva, io credo ancora a ragione, che la parte di edificio fuori terra si sarebbe potuta stagliare come un gigantesco e volgare parallelepipedo di cemento (il primo a Bolzano?), molto più grande e invasivo del manufatto precedente, il cui profilo difficilmente riusciremmo a conciliare con le case e gli orti che si estendono oltre via Longon o, oltre via Diaz, col Palazzo Rottenbuch sede – ironia della sorte – della Soprintendenza Provinciale ai Beni Culturali.

Possiamo, anzi dobbiamo continuare a vedere, come io credo sia giusto, il problema delle Pascoli come un problema di tutela dei beni Culturali. Nessun polo bibliotecario potrà nascere sotto una buona stella se a monte non sarà stato sciolto il nodo rappresentato dalle giuste aspettative di conservazione di una parte non piccola della popolazione. Una targa a ricordo è da giudicarsi pochissima cosa, ma non facciamo confusione: il busto di Manlio Longon, per il richiamo al profondo significato morale e umano del suo sacrificio, non può essere usato come “pezza” a sostituzione di un edificio abbattuto, ma, eventualmente, come strumento di edificazione ed educazione delle nuove generazioni. Il richiamo all’edificio di un tempo dovrà essere qualcos’altro. I Progettisti si diano da fare ed escogitino qualcosa.

Il documento con cui il Comune informa la Provincia che l’edificio “costituisce  un luogo della memoria e dell’identità della comunità italiana bolzanina ma non possiede elementi intrinseci di valore architettonico e storico-artistico tali da essere considerati meritevoli in sé di una tutela conservativa”, dice una cosa vera e una sbagliata. Sulla qualità artistica e architettonica abbiamo già detto. Che le Pascoli siano un luogo della memoria e dell’identità della comunità italiana a Bolzano è invece una pericolosa espressione che lascia aperte mille possibilità di contestazione e di fraintendimento. Un luogo della memoria lo sono senz’altro per le migliaia di bolzanini che vi hanno frequentato le scuole; che siano anche un luogo di identità per il gruppo linguistico italiano è un fatto dubbio e rappresenta essenzialmente la tesi dei partiti di destra, il cui interesse per la tutela dei beni collettivi è come minimo episodico e strumentale. Sul tema della creazione dei miti identitari del gruppo linguistico italiano si è molto dibattuto anche di recente, ed è destino che esso di quando in quando riemerga. Ma se guardiamo al caso delle Pascoli, com’è doveroso, come a un caso di tutela di un bene culturale, e cioè di un bene collettivo, non possiamo non osservare che la loro cancellazione non è solo un’aggressione alla fragile e perplessa identità del gruppo linguistico italiano, ma un’aggressione alla sensibilità di tutta la popolazione. Certo non mi meraviglio che non si sia sviluppata nel gruppo linguistico tedesco una qualche forma di attenzione per il problema: non è che la prosecuzione di quell’atteggiamento per cui al referendum per piazza della Pace gli amici di lingua tedesca furono piuttosto attirati dalla giornata di sole che dall’urna. Ma è lecito chiedersi che alla tutela della memoria novecentesca contribuisca fattivamente anche il gruppo linguistico tedesco, per l’evidente motivo che quella storia è di tutti.

Se la storia del ‘900 è infatti anche la storia dell’incontro – coatto – dei tre gruppi linguistici dell’Alto Adige, non c’è dubbio che tale storia si rifletta nelle Pascoli non solo per noi ma anche  per il gruppo linguistico tedesco, e che l’abbattimento dell’Ex Pretura di Monguelfo indigni anche gli italiani (Italia Nostra, con gli amici della “Heimatpflege”, fu in prima linea nel denunciare l’arroganza e la crassa ignoranza della classe politica nostrana, ben prima che ci pensassero Sgarbi o Citati, tanto per dire) così come le cementificazioni, gli sfregi alla struttura tradizionale del nostro paesaggio in nome di un dubbio e volgare progresso economico sono un irrimediabile insulto alle radici e all’identità che ciascuno di noi può sperare di trovare nella bellezza e nel mistero di un “manufatto”, il paesaggio, al quale l’uomo pazientemente attende da più di settemila anni.

Salvare le Pascoli dall’abbattimento? Perché? Per sentirsi dire che siamo contrari al Polo bibliotecario? Ma l’accusa di antimodernismo e di conservatorismo una volta (una volta?) toccava alla sinistra (a Pasolini un insulto così arrivava ogni secondo giorno), è ben curioso che sia ora la sinistra al governo della città a rivolgerlo a coloro che vogliono conservare la Memoria novecentesca di Bolzano e, con essa, la forma stessa del destino di convivenza al quale tedeschi italiani e ladini (ora anche più di ventimila stranieri immigrati) sono stati chiamati.

Qualcosa però bisogna fare. Le Pascoli si possono salvare anche abbattendole, se il progetto definitivo saprà conservarne il carattere urbanistico e il volume architettonico, prediligendo ove possibile la conservazione di aspetti caratteristici come appunto la scalinata. Altrimenti non è difficile prevedere quello che da più parti si evoca come effetto Piazza Walther, che non è in primo luogo il revanchismo del ventre profondo della Bolzano italiana e periferica, ma la sensazione di essere tagliati sempre fuori dalle dinamiche di decisione su beni che, comunque li si voglia guardare, appartengono a tutti, ma proprio a tutti.

Da questo punto di vista la vicenda delle Pascoli non è, come credono alcuni, una “nanostoria” solo perché succede in Via Combattenti invece che a Vienna, a Berlino o a New York. Essa è anzi probabilmente “la” storia che la comunità tutta dell’Alto Adige ha iniziato a scrivere in questi ultimi anni. Essa parla di rispetto, di attenzione, di sensibilità, di orgoglio, di salvezza e ricerca della memoria, di tutela del territorio e dei monumenti, per quanto umili essi siano, che l’uomo di tutti i tempi ha lasciato, per lo più non intenzionalmente, a ricordo di vicende piccolissime e insignificanti come può essere, nella sua sostanziale ripetitività, la vita di ogni essere umano: nascere, vivere e agire, mettere al mondo dei figli, morire. Questa storia la scrivono i cittadini che vedono la Patria svenduta e profanata, più di quanto non abbiano saputo fare, finora, i politici. Gli stessi che, a comando, fanno della tutela dei Beni Culturali lo strumento chic per stare un po’ alla calda luce dei riflettori. Qualche voto arriva sempre.

Ancora sulle Pascoli. Riflessioni a freddo su un tema (più ampio) sempre caldo.

 

Si è sviluppato sulle pagine dei giornali, nelle scorse settimane, un interessante dibattito sulla natura, le finalità e l’oggetto stesso della storia contemporanea in Alto Adige, con particolare riferimento a) ad una vera o presunta rimozione del significato profondo della storia della comunità italiana sotto il fascismo e b) sulla necessità di un centro studi di alto livello, tuttora inesistente in Alto Adige.

Mi pare che il blog di Italia Nostra possa utilmente accogliere una riflessione in più sull’argomento, perché il concetto di beni culturali non si esaurisce nella concretezza di un edificio o di un dipinto, né quello di beni ambientali nel godimento di un paesaggio intatto o nell’angoscia che genera in noi un bene minacciato, e quindi da salvare e soccorrere. Ma entrambi confluiscono nella percezione culturale e intellettuale che maturiamo intorno ad essi.

Da questo punto di vista la percezione della nostra storia, e la sua ricostruzione, nel momento stesso in cui creano una riflessione e sfociano in una pubblicazione o in un confronto, diventano un bene culturale. Per questo motivo, quindi, anche Italia Nostra è titolata a parlarne.

Resta da chiarire se anche chi scrive queste righe sia titolato a farlo, dal momento che egli è studioso di preistoria e protostoria, e sa del fascismo quello che ha imparato a scuola o ascoltato da suo padre o da suo suocero, o intuito nelle pagine di Fenoglio, soffrendo con il partigiano Johnny, o appreso in tempi più recenti leggendo soprattutto De Felice e Mack Smith, o, su temi legati essenzialmente alla resistenza, Katz o Battaglia.

Quanto al secondo tema sul tappeto, quello che si riferisce alla creazione di un istituto di ricerca, chi scrive si sente più tranquillo, frequentando egli stesso lo studio e la ricerca scientifica, e sapendo di questi ambiti qualcosa che forse merita di essere condiviso, e cioè in sostanza che ha ragione Hans Heiss quando nota che di un istituto di ricerca storica c’è un gran bisogno ma che semplicemente non si vuole fare.

Come notava Durnwalder – il quale non potrà aggiungere alle numerose medaglie anche quella di “migliore intenditore dell’anno di architettura e belle arti” – a proposito delle polemiche sull’estetica della nuova sede dell’Università a Bressanone: “Non è tanto importante l’aspetto esteriore ma ciò che si fa dentro”. Così, mutatis mutandis, non è tanto importante l’elaborazione di un pensiero critico, aperto all’esterno e alle sue inquietudini, da conseguire attraverso l’esercizio vasto, diffuso, stratificato, dello studio e della ricerca (non era di Durnwalder l’invenzione dell’Università “leggera”, tutta didattica e niente ricerca? Dovrebbero chiamare lui a pubblicizzare il Cepu, altro che Papi), quanto la creazione di quadri funzionali all’economia provinciale. Zitti e mosca.

Il tema suscitato da una intervista che Mauro Fattor ha fatto a Gerald Steinacher e ad Andrea Di Michele, giovani storici di vaglia, e pubblicato il 21 dicembre scorso sull’Alto Adige, riguardava, come si ricorderà, il tema della costruzione di un mito identitario da parte di certa storiografia di lingua italiana. Come tutti i miti, il problema non è abbatterli, come notava a proposito del terrorismo Umberto Eco in Sette anni di desiderio, ma piuttosto di non crearli, cosicché il richiamo ad un metodo storiografico serio e privo tanto di nostalgia quanto di ideologia o, peggio, di revanscismo, ancora ripetuto da Di Michele sempre sull’Alto Adige del 27 dicembre, non può che trovarmi d’accordo.

Una cosa vorrei aggiungere, che si sente dire meno spesso, e cioè che il fascismo non è stato una calamità solo per i sudtirolesi, ma anche per molti italiani dell’Alto Adige, perché quel regime era lo stesso che aveva mandato a morte Giacomo Matteotti (ironia della sorte una piazza di Bolzano spesso calcata dai c.d. “postfascisti” è intitolata a lui) e conculcato le libertà di tutti, e non solo dei cittadini di lingua tedesca dell’Alto Adige. E fu in fondo lo stesso, nella tragica epoca della guerra civile che seguì all’8 settembre, per il quale trovò la morte Manlio Longon (al quale è dedicata una via di Bolzano, e una scuola – brutto simbolismo – che forse verrà abbattuta).

Che parte possa mai avere in tutto ciò Italia Nostra risulterà forse più facile da comprendere se si prova a ricordare l’acceso confronto sul destino dell’Istituto Pascoli, minacciato di totale demolizione per fare posto al nuovo polo bibliotecario: ci eravamo piacevolmente abituati ad avere un argomento “alto” sul quale confrontarci, sulle pagine dei giornali così come nei dibattiti pubblici. Perché, quello delle Pascoli, era un argomento “alto”. Vi si concentravano molti importanti temi. Intanto la partecipazione popolare (come si diceva una volta quando la democrazia non era ancora l’oggetto obsoleto di riflessioni accademiche, superato dal provvidenzialismo laico o da quello cattolico) per un’impresa di grande valore culturale quale è o sarà, di fatto, il polo bibliotecario; e poi la necessità della tutela dei segni materiali del nostro passato e, insieme a questi, della memoria urbana, individuale o collettiva che sia.

È davvero necessario, ci si chiedeva, abbattere le Pascoli per costruire il polo bibliotecario? Ci è stato ricordato che altrove non verrebbe in mente a nessuno di demolire una scuola: le scuole, come le chiese di tutte le religioni, non si abbattono. Pare ben di cattivo auspicio, si potrebbe aggiungere, che un tempio di cultura nasca sulle macerie di un altro tempio, non meno sacro, dedicato alla formazione delle giovani generazioni. È necessario costruire il nuovo polo bibliotecario proprio in questo punto?

Ci è stato ricordato che starebbe meglio altrove mentre Florian Kronbichler ci instillava il dubbio, dalle colonne del Corriere dell’Alto Adige, che il progetto stesso, dopo dieci anni di rimasticazioni, non fosse poi più così attuale, doppiato dalla Biblioteca dell’Università e dalle tante altre iniziative accese in questo settore. Italia Nostra tuttavia ha sempre sostenuto con convinzione ogni progetto di sviluppo culturale della città, e quindi anche il progetto del polo bibliotecario.

Il problema, semmai, riguardava i costi anche morali che siamo pronti ad accettare per arrivare a questo traguardo. Sbaglia chi crede che chi voleva salvare le Pascoli fosse contro il polo bibliotecario o difendesse meschine posizioni personalistiche (anche questo si è sentito da alti funzionari del Comune).

Così come sbaglia chi crede che la lotta per salvare le Pascoli sia la crociata per una vera o presunta italianità, vagheggiata come un mito di identità falso e inattuale. Aveva ragione il Soprintendente Stampfer: dell’edificio è meritevole di interesse la scalinata di accesso. Ma chi giudica l’interesse che un manufatto possiede dal punto di vista del suo significato come “luogo del cuore”? Il Presidente della Giunta Provinciale? La Commissione giudicatrice dei progetti, che non è nemmeno riuscita a partorire il topolino di un vincitore? O l’architetto che alla fine deciderà di abbattere tutto senza salvare nemmeno il salvabile? Le Pascoli sono qualcosa di più ancora di un luogo del cuore. Un segno, per una volta privo della retorica che ogni regime mette nel celebrarsi, del processo di italianizzazione dell’Alto Adige. Un processo controverso, doloroso per tutti (la dittatura, dicevo sopra, era tale anche per gli italiani, certo per mio nonno, vecchio socialista della “Magnesio”, e per mio padre, tornitore in “Lancia”, che rifiutarono la tessera del partito nazionale fascista necessaria per un più comodo impiego statale), e in massima parte fondato sulla sopraffazione. Con questo processo inizia anche la formazione della moderna società civile dell’Alto Adige-Südtirol e del suo destino di confronto, convivenza e reciproca comprensione.

Salvare le Pascoli era una questione di tutela di un bene storico, né più né meno di questo. Ed è bene che la politica, che pure ce l’aveva messa tutta per cavalcare il mito sterile e nostalgico della salvaguardia della “Bolzano italiana”, sia rimasta a poco a poco fuori dalla porta, con le sue strumentalizzazioni e le sue miserie.

Ma sbaglia anche chi crede che salvare le Pascoli non fosse un affare di tutti, anche del gruppo linguistico tedesco, non solo perché Italia Nostra ha contribuito mille volte a salvare beni che solo grossolanamente potevano essere definiti appannaggio “dei tedeschi”, ma perché dal 1918 non esiste più una storia degli italiani e una storia dei tedeschi, ma una storia comune a entrambi i gruppi (senza dimenticare né i ladini né gli extracomunitari che oggi, si scopre, sono ben 22.000) che non sarebbero ciò che oggi sono se non si fossero già mille volte affrontati e odiati, scontrati, federati, uniti, contaminati, amati e influenzati, traditi e sopportati e se in una parola non avessero già mille volte e sempre vissuto insieme.

Umberto Tecchiati

Pascoli e polo bibliotecario

Ancora sulle Pascoli. Ci stiamo piacevolmente abituando ad avere un argomento “alto” sul quale confrontarci, sulle pagine dei giornali così come nei dibattiti pubblici. Perché, quello delle Pascoli, è un argomento “alto”. Vi si concentrano molti importanti temi. Intanto la partecipazione popolare (come si diceva una volta quando la democrazia non era ancora l’oggetto obsoleto di riflessioni accademiche) per un’impresa di grande valore culturale quale è o sarà, di fatto, il polo bibliotecario; e poi la necessità della tutela dei segni materiali del nostro passato e, insieme a questi, della memoria urbana, individuale o collettiva che sia. È davvero necessario abbattere le Pascoli per costruire il polo bibliotecario? Ci è stato ricordato che altrove non verrebbe in mente a nessuno di demolire una scuola: le scuole, come le chiese di tutte le religioni, non si abbattono. Pare ben di cattivo auspicio, si potrebbe aggiungere, che un tempio di cultura nasca sulle macerie di un altro tempio, non meno sacro, dedicato alla formazione delle giovani generazioni. È necessario costruire il nuovo polo bibliotecario proprio in questo punto? Ci è stato ricordato che starebbe meglio altrove, e solo sabato scorso Florian Kronbichler ci instillava il dubbio, dalle colonne del Corriere dell’Alto Adige, che il progetto stesso, dopo dieci anni di rimasticazioni, non sia più così attuale, doppiato dalla Biblioteca dell’Università e dalle tante altre iniziative accese in questo settore. Italia Nostra sostiene tuttavia con convinzione ogni progetto di sviluppo culturale della città, e quindi anche il progetto del polo bibliotecario. Il problema, semmai, riguarda i costi anche moraliche siamo pronti ad accettare per arrivare a questo traguardo. Sbaglia chi crede che chi vuole salvare le Pascoli sia contro il polo bibliotecario. Così come sbaglia chi crede che la lotta per salvare le Pascoli sia la crociata per una vera o presunta italianità. Ha ragione il Soprintendente Stampfer: dell’edificio è meritevole di interesse la scalinata di accesso. Ma chi giudica l’interesse che un manufatto possiede dal punto di vista del suo significato come “luogo del cuore”? Il Presidente della Giunta Provinciale? La Commissione giudicatrice dei progetti, che non è nemmeno riuscita a partorire il topolino di un vincitore? O l’architetto che alla fine deciderà di abbattere tutto senza salvare nemmeno il salvabile? Le Pascoli sono qualcosa di più ancora di un luogo del cuore. Un segno, per una volta privo della retorica che ogni regime mette nel celebrarsi, del processo di italianizzazione dell’Alto Adige. Un processo controverso, doloroso per tutti (la dittatura era tale anche per gli italiani, certo per mio nonno, vecchio socialista della “Magnesio”, e per mio padre, tornitore in “Lancia”, che rifiutarono la tessera necessaria per un più comodo impiego statale), e in massima parte fondato sulla sopraffazione. Con questo processo inizia anche la formazione della moderna società civile dell’Alto Adige-Südtirol e del suo destino di confronto, convivenza e reciproca comprensione. Salvare le Pascoli è una questione di tutela di un bene storico, né più né meno di questo. Ed è bene che la politica sia rimasta a poco a poco fuori dalla porta, con le sue strumentalizzazioni e le sue miserie. Ma sbaglia anche chi crede che salvare le Pascoli non sia un affare di tutti.

 Umberto Tecchiati