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Toponomastica: patrimonio esclusivo o bene comune?

L’interpretazione del significato dei nomi dei luoghi rivela all’orecchio attento una pluralità di contenuti di notevole interesse storico e culturale nell’accezione più ampia. Oltre a rivelare, di necessità, la conformazione orografica e geografica del territorio, ne mostra ad un’analisi attenta l’evoluzione diacronica, segnalando la qualità della vegetazione (pecete, faggete), la presenza, anche se oggi non più esistente, di sorgenti, di acque correnti e stagnanti, di buche ed affossamenti, di frane, di selve, di praterie. Rivela i tratti dello sfruttamento umano del territorio nel corso del tempo (ripari sotto roccia, ricoveri di bestiame, radure dissodate, campi coltivati ed orti, strade e sentieri, canali irrigui, ponti, muri, opere d’argine…), anche segnalando l’ubicazione di attività produttive (colture tradizionali e frutteti, mulini, ma anche fucine, fornaci di calce, …) o estrattive (carboniere, torbiere, cave, miniere,…). Può offrire utili tracce anche allo studio dell’evoluzione delle proprietà terriere, dei rapporti delle terre con i centri del potere, della distribuzione dei primi insediamenti attorno a castelli, monasteri, chiese. Cogliendo il caratteristico nei luoghi e rivelando anche la presenza in antico di elementi naturali o opere dell’uomo (ad esempio muri, rovine) che hanno rivestito in passato la funzione di punti di riferimento e di collettiva individuazione dei luoghi le loro denominazioni rappresentano spesso prezioso segnale e strumento di lavoro per chi opera sul territorio, per gli archeologi ad esempio, ma anche per i geologi, i forestali, gli alpinisti. Non solo. L’analisi delle coloriture linguistiche dei nomi dei luoghi rileverà anche la stratificazioni delle genti che sono entrate a vario titolo in relazione con il territorio, nel corso della storia, popoli stanziali che lo hanno abitato, popoli migranti che lo hanno attraversato, sedimento di vite e di innumerevoli passaggi. Traccia documentaria della storia naturale dei luoghi e della loro antropizzazione, testimonianza linguistica della storia dei popoli che li hanno abitati, i nomi dei luoghi veicolano anche leggende e miti, tradizioni e manifestazioni dell’ingenuità, della saggezza e della religiosità popolare.

Fa sorridere, in quest’ottica, il misurare il peso del diritto di attribuire un nome ai luoghi usando come unità di misura la quantità di tempo di permanenza sul territorio o la consistenza numerica della comunità dei parlanti che lo abitano: se trovo in un nome di un luogo ascendenze linguistiche longobarde cosa mando a dire al loro antico eponimo? sei passato sul nostro territorio e nella nostra storia come una meteora e le tue manifestazioni linguistiche non hanno da noi diritto di albergo? o lo registro e lo studio con cura e cerco di metterlo in relazione con la storia di quel luogo? Non per nulla ai nomi dei luoghi, in quanto documento linguistico della storia e delle tradizioni delle genti insediate sul territorio, viene riconosciuta dignità di beni culturali, e come tali costituiscono patrimonio della collettività alla stessa stregua dei beni monumentali, artistici, archeologici, archivistici. Anzi, la tutela dei beni culturali mostra ora, almeno a livello di principio, particolare sensibilità verso il paesaggio, verso l’ambiente entro cui l’uomo vive e si esprime: il Codice dei Beni culturali sancisce che la tutela e la valorizzazione del paesaggio – inteso come parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni – salvaguardino i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili (parte III, titolo I, Capo I, art .131). A questo potenziale identitario, anziché attingere arricchimento culturale per tutta la collettività insediata sul territorio, nella nostra terra si fa appello per alimentare la conflittualità tra i gruppi linguistici, con finalità che esulano dalla sfera culturale per entrare a pieno titolo nell’interesse di parte e nelle logiche di controllo politico del territorio. Se i nomi dei luoghi sono manifestazione linguistica della patria, laddove questo senso di patria non si vuole sia condiviso, essi diventano emblema della divisione e dello sdoppiamento identitario e culturale, anziché dell’allargamento di un senso comune. degli orizzonti culturali.

È nostra convinzione sia possibile uscire dall’empasse che sta vivendo il dibattito locale sulla toponomastica unicamente riconoscendo e rafforzando istituzionalmente il valore culturale e pertanto collettivo dei nomi di luogo, nelle diverse coloriture linguistiche delle popolazioni che hanno abitato il territorio. Accertato che ciascuno dei tre gruppi linguistici che popolano la nostra terra dispone di un bagaglio di denominazioni sia di uso attuale sia attestate storicamente afferente alla propria sfera linguistica e culturale, risulta difficile comprendere il motivo per cui la competenza sulla toponomastica, che la Provincia esercita in autonomia in esecuzione del proprio statuto ???, sia stata condotta amministrativamente solo dalla ripartizione alla cultura tedesca e ladina della Provincia assieme – oltre che ovviamente ai beni afferenti a queste due sfere culturali e linguistiche – ai beni non connotati linguisticamente, come quelli artistici, archeologici, monumentali? Maurizio/Umberto: a me risulta che la competenza sulla toponomastica ora non sia più esercitata nemmeno dall’Archivio provinciale: è vero? O meglio, risulta difficile credere che da parte italiana non si riesca a superare l’insofferenza nell’affrontare questa materia (leggi: che pizza! Quando c’è troppo benessere si discute del pelo nell’uovo) il vittimismo passivo e i triti stereotipi che impediscono la corretta valutazione del problema (la toponomastica italiana è invenzione del fascista Tolomei), rivendicando il giusto diritto di studiare con autonoma dignità e nell’ambito di istituzioni ed organi paritetici le proprie tradizioni linguistiche, quale elemento fondante ed estremamente caratterizzante della propria matrice culturale, e in essi compresi della propria parte degli aspetti linguistici e culturali trasmessi dalla toponomastica locale. Fra i tre gruppi i Ladini sono i più avanti nello studio dei nomi di luogo afferenti alla loro tradizione linguistica e culturale: per quanto riguarda gli sforzi scientifici da parte tedesca, la Provincia ha assegnato nell’autunno del 1997 l’incarico alla facoltà di Germanistica dell’Università di Innsbruck di rilevare e trascrivere, senza limitare il potenziale espressivo dialettale seppur pervenendo ad una necessaria normalizzazione fonetica e grafica delle voci  che ne consentisse l’adozione a scopi pratici (e amministrativi?), tutto il patrimonio toponomastico orale in lingua tedesca. Nella primavera del 2003 il lavoro di ricognizione poteva dirsi concluso con l’individuazione di 129.037 toponimi per 108 comuni (con esclusione di quelli dei territori ladini), cifra di tutto rispetto se pensiamo che corrisponde alla media di un toponimo ogni 5,37 ettari di superficie, media che riteniamo aumentare nel fondovalle, con l’allontanarsi dalle zone caratterizzate dall’orografia alpina. Che seguito di approfondimento scientifico ha avuto questa rilevazione? Quali analoghe iniziative sono state avviate da parte italiana? Mancano le istituzioni culturali per affrontarle, o piuttosto la volontà politica per sostenerle? Potremmo dire che mancano entrambe, o meglio che l’assenza delle prime è conseguenza dell’assenza della seconda. Si sente in questo ambito la grave assenza sul territorio di un’istituzione culturale vocata alla ricerca linguistica e filologica, ove vi sia paritario diritto di espressione e di approfondimento scientifico tra i gruppi etnici: quest’assenza è particolarmente vistosa anche per contrasto, in relazione alla invece marcata sensibilità verso le altre branche della ricerca storica, particolarmente verso la storia del Novecento, ove lo stato delle conoscenze si arricchisce di continuo degli esiti delle ricerche condotte da archivi ed istituzioni culturali, da associazioni e privati ricercatori. È forse la questione della toponomastica materia di esclusivo interesse politico o piuttosto, come sosteniamo strenuamente, tema di rilevante interesse culturale? Non è determinante un approfondimento delle conoscenze, anche in questo campo, per chiudere le troppe ferite ancora aperte? Perché nelle commissioni di odonomastica dei Comuni, ove vi è piena autonomia deliberativa, siedono unicamente rappresentanti delle parti politiche e non vengono sollecitati pareri tecnici, scientifici, storici, linguistici? Si può ragionare seriamente sul tema della toponomastica nell’intenzione di comporre i contrasti nell’interesse di tutta la comunità, in assenza di elementi scientifici di valutazione? Riconoscendo validità e legittimazione a denominazioni sulla base di gerarchie d’importanza improvvisate e prive di qualsiasi fondamento scientifico, quali macro- e microtoponomastica? O peggio con colpi di mano che delegittimano l’impianto della toponomastica amministrativa in lingua italiana, anziché come da tutti e da tempo auspicato, legittimare quella in lingua tedesca e ladina? Lo studio organico della toponomastica si compone di una rilevazione sincronica, ove viene registrata e trascritta tutta la toponomastica di tradizione orale ed essa viene georeferenziata, viene riferita cioè, operazione complessa, alle sue coordinate spaziali per l’univoca identificazione sul territorio; ad essa deve seguire una rilevazione diacronica, ove viene raccolta la documentazione delle fasi linguistiche precedenti, attestata nelle fonti documentarie e cartografiche storiche, reperibili presso gli archivi locali; la fase di raccolta deve essere affiancata da una fase di interpretazione critica dei dati, con un’indagine linguistica ed etimologica: solo un’analisi comparata delle denominazioni storiche consente infatti di rendere trasparenti ed intelleggibili nomi il cui significato, stravolto dall’uso dei parlanti o staccatosi per l’evoluzione naturale dei luoghi dalle caratteristiche che segnalava, non appare più riconoscibile. Da questo punto di vista la conoscenza delle fonti documentarie locali andrebbe notevolmente incentivata: La porzione preponderante e territorialmente più capillare di repertori ed edizioni di fonti archivistiche locali, principale strumento per la ricerca filologica delle denominazioni storiche, oggi disponibili, come pure lo stesso repertorio toponomastico tolomeiano, si rifanno ancora al clima culturale del contrasto enico-politico, figlio degli spiriti nazionalistici di entrambi i gruppi, che hanno alimentato la storia degli ultimi decenni dell’Ottocento e della prima metà del secolo scorso. Se gli sforzi profusi da ambo le parti per almeno sette decadi nell’intento di legittimazione del rispettivo diritto di primogenitura sul territorio necessiterebbero oggi di più obiettiva e tecnica valutazione, di quali elementi dispone la politica per poter valutare e legiferare, se non vuole tornare ad alimentare questo contrasto etnico? perché non favorisce l’abbassamento dei toni della polemica, dell’insofferenza, del vittimismo e della reattività sociale anche incentivando la conoscenza sul tema della toponomastica, aumentando lo spessore dell’informazione e dell’opinione pubblica, offrendo la possibilità di confrontarsi criticamente sugli sforzi di regolamentazione e sulle riflessioni scientifiche e politiche sulla materia, istituendo ad esempio un centro di studio e di documentazione sulla toponomastica che offra la possibilità di consultare bibliografia specializzata, atlanti toponomastici dell’area alpina, tesi di laurea sull’argomento, di confrontarsi con analoghe esperienze di territori plurilingui, e che soprattutto raccolga gli esiti di tutte le rilevazioni effettuate del patrimonio toponomastico del nostro territorio, edizioni di fonti e cartografia storica, che raccolga anche le proposte e i disegni di legge avanzate dai diversi gruppi consiliari provinciali (ve ne sono alcuni con allargati margini di coindivisibilità), e la documentazione dei lavori delle diverse commissioni tecniche consultive che si sono succedute (atti, pareri scientifici, verbali di sedute, relazioni, linee guida, ecc.)? Tra esse anche la Commissione provinciale di Odonomastica, incaricata di presentare linee guida per la regolamentazione e per l’assegnazione di nuove denominazioni negli spazi di pubblica circolazione dei centri abitati, ove  tra il maggio 2001 e il gennaio 2003 anche la nostra associazione ha dato il proprio contributo tecnico e scientifico. Un punto di partenza concreto e, riteniamo facilmente attuabile, e quindi colpevole omissione, sarebbe una allargata comunicazione dello stato delle ricerche in materia: lo spessore dell’opinione pubblica allargherebbe la qualità del dibattito e la coindivisibilità delle scelte.

Angela Mura

Consiglio direttivo di Italia Nostra, sezione provinciale di Bolzano

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