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Il Presidente di Italia Nostra Bolzano, l’Architetto Stefano Novello, sulla Tutela degli Insiemi

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Distruggere la Bolzano degli anni trenta e storicizzare il Monumento alla Vittoria? Mission impossible…

La presa di posizione dell’amico Maurizio Pacchiani dell’Associazione La Fabbrica del Tempo circa il previsto abbattimento della casa degli anni trenta situata all’incrocio tra Via Cesare Battisti e Via Virgilio ribadisce e sottolinea alcuni aspetti che da sempre anche Italia Nostra considera fondamentali per un ordinato sviluppo urbanistico della città. Da un lato esiste infatti la necessità di non ingessarne la crescita, dall’altro di non privarla di quel retaggio storico che non è fatto solo di monumenti, ma anche di piccoli edifici, vicoli, strade, piazze, scorci paesaggistici urbani che rendono il presente ricco e vivo perché consapevole della vita e della ricchezza di senso insite in ciò che è stato. Ogni città nasce e cresce, cambia, alcune parti possono essere totalmente distrutte per fare spazio al nuovo, il quale spesso, ma non sempre, e non per statuto, potrà risultare peggiore. Come un organismo vivo, come un essere umano, anche le città vivono brutti momenti, si ammalano, guariscono, in molti casi, in fondo non eccezionali, anche muoiono, distrutte dalla guerra o dai cataclismi naturali. Bolzano invece vive e prospera da ottocento anni, si è estesa in ogni direzione, complicandosi, evidenziando nella sua stessa urbanistica, nelle sue architetture, le contraddizioni e l’identità delle singole epoche, il divenire storico, l’inverarsi di ciò che oggi siamo concretamente. Cancellare sistematicamente il tessuto connettivo che rende solidale il presente della città alla sua storia non è un’operazione astuta né conveniente, alla lunga. Intanto resistono gli interessi particolari, le ambizioni speculative, le aspettative elettorali, e cioè il solito vecchio piccolo cabotaggio di una imprenditoria magari ricca ma ignorante, e di una politica povera ma non per questo bella. Tutto ciò, per tacere di quanto negli ultimi anni è avvenuto e che ci siamo sforzati di denunciare, avviene mentre si apre al pubblico il percorso espositivo al di sotto del Monumento alla Vittoria. Da una parte quindi si fa memoria di un monumento, con la pretesa di restituirlo al suo reale significato storico, dall’altro si fa terra bruciata di tutto ciò che a quel monumento si associava. Spero di non vivere abbastanza a lungo per vedere distrutti anche gli edifici INCIS, l’insula, bellissima, tra Via Diaz, Corso Libertà e Via Reginaldo Giuliani, forse anche il Comando delle Truppe alpine, e le scuole di Via Cadorna, per dire. Ma sarò quasi di sicuro ancora ben vivo e vegeto quando si abbatterà la Biblioteca Civica. Si sarà così ottenuto che il monumento che “faceva paura”, e che per questo è stato dotato di un curioso anello luminoso che ho visto uguale in un luna park, non faccia più paura a nessuno, perché privato di ogni riferimento alla sostanza edilizia e urbanistica degli anni trenta, e con ciò risospinto in un tempo e in un luogo che non esistono. Ma non so se augurarmi che esso smetta di fare paura: il peggio della storia torna sempre: basta smettere di temerlo, e di ricordarlo.

 

Umberto Tecchiati

Salvare Casa Valgoi a Egna

Casa Valgoi, l’antico municipio di Egna, situato in uno dei centri storici più belli e più miracolosamente intatti di tutta la provincia, potrebbe venire distrutto per consentire la costruzione di un nuovo edificio. Si tratta di una vecchia casa costruita nel settecento, semplice, dotata di una bella scala, ma nel complesso di non particolare pregio. Essa fa parte tuttavia di un “insieme” urbanistico di rara bellezza dal quale non può essere cancellato senza pregiudizio per il tutto. Del nuovo edificio, di cui si conoscono i rendering, si può come minimo affermare che renderà “visibile” e rimpianto per sempre ciò che, dio non voglia, avrà sostituito: la valutazione dell’arte e dell’architettura moderna non è solo questione di gusti, sui quali, come si dice, non è lecito disputare.  Ma non è questo l’argomento di questo intervento. Vogliamo capire come è possibile che l’insieme dei portici di Egna, di cui il vecchio municipio è parte, corra oggi il rischio di venire snaturato, e cosa si può fare per impedirlo. Un vincolo diretto di tipo monumentale sull’antico edificio, il solo che potrebbe – almeno in linea teorica – impedire la sua distruzione,  per i motivi spiegati sopra non è possibile. Il soprintendente Leo Andergassen lo ha ribadito di recente in una perizia in cui peraltro si appella al concetto di “insieme”, chiedendo al Comune di ripensare tutto il progetto.  Allora, ci si può chiedere, potrebbe funzionare con la “tutela degli insiemi”. Ma il centro storico di Egna dispone di un eccellente piano di recupero che, almeno dal punto di vista giuridico, ha un valore maggiore di qualsiasi tutela degli insiemi: e perciò il centro storico di Egna non ha una tutela di questo tipo. Pierfrancesco Bonaventura e Carlo Trentini, che hanno redatto il piano di tutela insiemi di questo comune, hanno giustamente ritenuto, d’accordo con un’amministrazione comunale già sensibile e attenta, ma nel frattempo sostituita da  un’altra di pasta diversa, che imporre una tutela degli insiemi in un centro già soggetto a un rigoroso piano di recupero avrebbe costituito un  doppione inutile e per certi versi controproducente. E allora com’è successo che i portici e la piazzetta di Egna corrano oggi concretamente il rischio di vedere demolito il vecchio Muncipio? È successo che il Comune, proprietario dell’immobile, ha “estratto” il vecchio edificio dal piano di recupero che ne avrebbe imposto il solo restauro, rendendolo “demoricostruibile” e cioè sostituibile da un edificio moderno, vanificando in tal modo la solida struttura di tutela contenuta nel piano di recupero.

Questa storia riguarda un paese della Bassa Atesina, non piccolo ma abbastanza lontano dal capoluogo perché ciò che vi succede venga più rapidamente dimenticato e trascurato. Eppure questa storia contiene tutti gli ingredienti della mala-tutela del nostro territorio: amministrazioni comunali “furbe” e sorde alle istanze di conservazione del territorio che sempre più spesso si levano dai loro stessi elettori; interessi economici di cortissimo respiro che non sanno coniugarsi alle necessità di tutela a lungo termine. Ignoranza e arroganza che si traducono in progetti edilizi di pari qualità.

Si sono appellati al Sindaco contro la demolizione, e per un ripensamento di tutta la questione, il Landesverband für Heimatpflege (la federazione altoatesina dei protezionisti di lingua tedesca),  il vecchio Soprintendente Helmut Stampfer, studioso e uomo di grande autorevolezza,  Peter Kasal,  membro della commissione urbanistica provinciale, Zeno Bampi, architetto ed esperto in urbanistica e tutela del paesaggio, gli architetti Hans Holzknecht, Jochen Schultz, Esther March e Natalia Holguin Garcia, Franz Steiner,  Frank Weber, architetto e membro della commissione provinciale per la tutela del paesaggio, Irmengard Maurus, esperta in urbanistica e tutela del paesaggio. Italia Nostra si associa all’appello di tutti perché il Sindaco ci ripensi: restauri casa Valgoi invece di abbatterla e dia per primo l’esempio, in quanto proprietario di quel bene, in materia di conservazione e tutela del centro storico del paese che amministra.

 

Umberto Tecchiati

Presidente di Italia Nostra – Bolzano

BONVICINI: NON SOLO POSTI LETTO, MA ANCHE RISPETTO DELLA MEMORIA STORICA DELLA CITTA’

Il recente articolo di Giancarlo Ansaloni sulla clinica Bonvicini e il relativo comitato Civico (Alto Adige dell’8 luglio, p. 30) merita un breve commento, dal momento che Italia Nostra si è impegnata sia per la salvaguardia dell’edificio della Bonvicini, sia per le “scalinate del Pascoli” e per il “salvataggio del Colle” (ma forse Ansaloni intendeva dire il Virgolo). Italia Nostra, invece, non è attiva nel referendum per “i cento metri di nuova pista dell’aeroporto”, di cui peraltro condivide il merito “politico” della protesta, e cioè la difesa del diritto dei cittadini a essere informati prima, e non a cose fatte, visto che si parla dei soldi e della salute di tutti. Il rancore che Ansaloni riserva ai comitati e a quello per la Bonvicini in particolare, sarebbe meglio spesa, a mio modesto avviso, se invece che dedicare le sue periodiche tirate agli ambientalisti – che egli anche sopravvaluta, in un certo senso – adoperasse pari zelo nel denunciare gli errori di pianificazione della politica e gli orrori concretamente realizzati dall’edilizia che vediamo tutti i giorni in Alto Adige e anche in città. Magari gli chiederei di trattare con pari rispetto le 134 firme degli egoisti che abitano intorno alla Bonvicini e quelle dei 3500 liberali che invece auspicano l’ampliamento. Nel suo articolo, infatti, i 134 sono equiparati ai “comitati” civici che evidentemente disprezza, mentre quelli che vogliono la clinica sono citati solo per le loro 3500 firme (ma se è una questione di numeri, 3500 firme, per dire, le hanno raccolte anche i cittadini del Park Fiume, che sono sicuramente un comitato). Nelle rivendicazioni del comitato anti-Bonvicini possono avere giocato anche, appunto, egoismi di cortile, o di vicolo, che non è compito mio giudicare come Presidente di Italia Nostra. Rimane tuttavia il fatto che un comitato di cittadini, che aveva il diritto di essere ascoltato dai suoi amministratori pubblici, ha basato le sue rivendicazioni su considerazioni di carattere amministrativo e tecnico, e su questioni legate alla tutela di un vecchio edificio. Rispetto al primo ordine di considerazioni Italia Nostra non aveva e non ha alcun titolo per intervenire, mentre rispetto al secondo abbiamo fatto nostre le considerazioni di carattere storico-artistico che già il Soprintendente Provinciale Dr. Leo Andergassen aveva messo nero su bianco, condividendole e sperando con ciò di contribuire a rafforzarle. Bisogna rammentare che la Clinica Bonvicini non è sotto tutela Insiemi e non possiede un vincolo monumentale. Tuttavia figura tra gli edifici di Bolzano di particolare interesse storico e documentario, e come tale merita che la sua fisionomia (almeno la facciata) sia conservata intatta. Se è nell’interesse della città che l’ampliamento si faccia, come afferma Ansaloni – e come non ho motivo di dubitare che sia, se lo dice lui – è pure nell’interesse della città che le regole che vengono stabilite per la tutela del paesaggio e dei monumenti vengano anch’esse rispettate, proprio per evitare che possano ripetersi in futuro casi così dolorosi come lo sventramento delle pendici del Guncina che Ansaloni con tutte le ragioni invoca a sostegno delle sue argomentazioni. Mi permetto però di fare osservare che la tutela degli insiemi non è, come egli afferma con sarcasmo, un tema d’èlite. Essa, applicandosi anche nei quartieri popolari, in Via Torino e in Via Milano, tanto per dire, così come a Oltrisarco, è uno strumento veramente “democratico” che la città si è data perché venisse conservata per quanto possibile la storia del suo divenire architettonico e urbanistico. Tale storia assurge così al rango di interlocutrice della crescita attuale e futura della città, mentre in passato era del tutto trascurata e non poteva che subire le scelte urbanistiche del momento (vedi ad es. il Cinema Corso) senza influirvi minimamente. La relativa normativa è attiva solo da pochi anni, e non è certo colpa della Tutela Insiemi se vi sono casi di nuovi edifici, costruiti prima della sua entrata in vigore, che brillano per assurdità, pretenziosità, ignoranza dei progettisti e dei proprietari etc. Quanto al presunto silenzio per la sorte degli insiemi di Piazza Gries, Italia Nostra ha scritto ripetutamente sull’argomento, ed è stata l’unica associazione ambientalista a presentare obiezioni al comune circa la demolizione della vecchia cantina e la sua riedificazione all’Anraiterhof. L’ultimo articolo inviato all’Alto Adige a sostegno della posizione della commissione urbanistica provinciale, non è stato pubblicato. Forse Ansaloni si riferisce a questo.
Umberto Tecchiati
Presidente di Italia Nostra

Sonnenburg-Castel Badia la battaglia contro la variante Klosterwaldele continua. ItaliaNostra aderisce

Nuova iniziativa degli ambientalisti per contrastare la variante Klosterwaldele che prevede un «tunnel impattante»Svincolo: «Ecco le molte lettere dei turisti»

SAN LORENZO. Gli am­bientalisti pusteresi di Piattaforma Pro Pusteria non han­no ancora abbandonato la speranza di riuscire a far cambiare opinione all ‘amministrazione provinciale per quanto riguarda il nuovo innestro fra le statali della Val Pusteria e della Val Badia che, allo stato attuale delle decisiorii, verra realizzato secondo il progetto chiamato “Klosterwaldele” che preve­de il traforo del cocuzzolo Tobl in direzione del bacino artificiale di San Lorenzo che verra superato con un viadotto per giungere allo svincolo che e collocato circa 300 metri ad oyest del tunnel di Castel Badia. A tale scppo Piattaforma Pro Pusteria ha costituito un gruppo di lavoro che si occupa di seguire costantemente gli sviluppi progettuali, coordinando anche le manifestazioni di protesta contro una decisione che, sul fronte provinciale, sembra irrimediabilmente presa. Fra le piu recenti manifestazio­ni, oltre al ripristino dello striscione di protesta che ignoti hanno rimosso all’ epoca dell’inaugurazione del tunnel sotto Castel Badia e per il cui furto Piattaforma Pro Pusteria ha sporto denuncia contro ignoti, gli am­bientalisti pusteresi hanno avviato anche una raccolta delle missive di protesta che molti ospiti della Val Puste­ria, sia di lingua italiana che tedesca, hanno indirizzato di loro iniziativa all’assessore Mussner ed al presidente Durnwalder per lamentarsi delle scelte operate ed invocare una retromarcia che risparmi a quel angolo di Val Punteria quello che essi definiscono uno “scempio paesaggistico”. Le missive, pubblicate a seconda del loro arrivo, anche sul sito www.forum-bruneck.com raccolgono una serie di pareri e soprattutto di appelli che contestano, come fa Hartmut Widmaier: «quello che viene definito il progetto piu rispettoso dell’ ambiente e la migliore soluzione possibile, con un costo di 40 milioni di euro da aggiungere ai 26 giä spesi per ü tunnel sotto Castel Ba­dia e che invece a noi risulta spaventevole e spaventoso!»

Tutte le missive, e sono decine, chiudono con l’invito alla Giunta Provinciale ad una pausa di riflessione che porti a ripensare l’intera opera e le sue varianti, che poi e cio che chiede anche Piattafor­ma Pro Pusteria, (adp)

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Podiumsdiskussion: Architektur – Tradition oder Stillstand? Il testo del contributo di Italia Nostra

Ortisei, 23 febbraio 2011

Gentili Signore e Signori

Sono molto riconoscente alle associazioni organizzatrici (Kreis f. Kunst und Kultur St. Ulrich, KulturForumCultura)  per avermi invitato a partecipare a questo dibattito pubblico. Come presidente di Italia Nostra, un’associazione che si occupa della tutela del patrimonio storico artistico e naturale della Nazione, sono ovviamente molto preoccupato della conservazione del paesaggio alpino di Ortisei e, in generale, della nostra provincia. Proteggere il paesaggio non significa solo impedire che nuove brutte costruzioni ne stravolgano l’identità, ma anche adoperarsi perché le vecchie o antiche costruzioni, non di rado molto belle e da sempre magnificamente inserite nel loro ambiente, continuino ad esistere.

Nel mio articolo sui “reazionari dell’edilizia” (il titolo fu scelto dalla redazione del giornale ma interpretava a meraviglia il mio modo di vedere) sostenevo che la decisione presa dal Comune di Ortisei di bandire l’architettura moderna imponendo l’architettura tradizionale avrebbe portato più guai di quanti ne pretendeva di risolvere. Dicevo anche, e senza ironia, che bisognava però riconoscere al Comune il merito di essersi posto una domanda (certo un po’ tardiva), e cioè se il modo di costruire che si è seguito in questi ultimi venti o trent’anni sia consono alla delicatezza del paesaggio alpino. Non si può evidentemente generalizzare, ma l’impressione che di solito ricavo percorrendo in automobile le nostre valli, è che si sia costruito spesso male, imponendo fabbricati troppo grandi in contesti paesaggistici che avrebbero richiesto cubature molto più contenute, e calando nei medesimi contesti costruzioni forse non brutte in sé, ma inadatte al luogo in cui sono state erette.

È evidente che è necessario ripensare il modo di costruire in Alto Adige, ma non mi pare che la soluzione sia imporre una “architettura tradizionale” che nessuno sa di preciso cos’è. Se qualcuno conosce bene Bolzano si ricorderà di un Erker, che è certamente un elemento dell’architettura tradizionale, eretto sullo spigolo di un edificio in Via dei Vanga: sembra un razzo pronto a partire per gli spazi siderali e francamente ho visto solo pochissimi esempi di architettura moderna ispirata alla tradizione più brutti e sfacciati di questo.

Ma il pericolo che la reinterpretazione della tradizione porti a esiti paradossali non è l’unico ad annidarsi in quella decisione. A me pare che essa sottintenda che tutta l’architettura moderna sia brutta e tutta l’architettura tradizionale sia  bella. Ovviamente le cose non stanno così. Ortisei e la sua popolazione hanno risorse di cultura e di ingegno tali che non avrei alcun dubbio a dare fiducia a giovani architetti e artisti perché ripensino con coerenza e con amore non solo l’aspetto del nuovo, ma anche la conservazione del vecchio.

Quella decisione sottintende anche che la commissione edilizia comunale non abbia la forza né la capacità tecnica e culturale di giudicare i progetti che arrivano sul suo tavolo. Se così non fosse potrebbe pure arrivare un progetto brutto e incompatibile con il paesaggio, ma esso verrebbe respinto, e il progettista invitato a migliorarlo o a cambiarlo radicalmente.  Ma mi pare francamente impossibile che la commissione edilizia di Ortisei non sappia valutare un progetto, e ricorra ad una norma che impone uno stile quasi avesse bisogno di delegare a qualcun altro un compito di difficile svolgimento. Rimane il fatto che quella norma esautora ampiamente la Commissione edilizia.

E a questo punto vorrei affrontare la cosa da un punto di vista politico. Italia Nostra non fa politica nel senso partitico del termine, ma agisce riguardo alle cose che sono di tutti, e quindi fa politica, ma in quel senso particolare e disinteressato che si chiama partecipazione e che significa libertà e democrazia.

L’esautoramento della Commissione edilizia che consegue a quella decisione è un fatto grave, perché sottrae la tutela del paesaggio a un livello squisitamente tecnico e quindi almeno potenzialmente libero dalla politica, per trasferirlo su un piano giuridico, che è quello della legge promulgata da una maggioranza contro importanti strati della società civile di Ortisei. Come si dice: summum ius, maxima iniuria.

Io ritengo quindi che la decisione del Comune di Ortisei, di dubbia o anzi forse di nessuna utilità sul piano della tutela del paesaggio, sia inaccettabile inoltre proprio sul piano della politica e cioè di quella che noi di Italia Nostra chiamiamo cittadinanza attiva. Perché è ormai sempre più difficile imporre ai cittadini in modo autoritario scelte non condivise proprio su temi di interesse comune come la tutela di beni che appartengono a tutti: natura, paesaggio, beni culturali etc. Questo è il motivo per cui noi non abbiamo accettato Disneyland sul Virgolo a Bolzano o lo smembramento del più antico Parco Nazionale delle Alpi, quello dello Stelvio, non accettiamo l’accordo sui monumenti fascisti che un ministro, scriteriato e ormai ampiamente sfiduciato, ha stretto con il potere provinciale scrivendo una lettera del tutto priva di valore legale. E non accetteremo, tanto per fare un esempio, che la Provincia permetta che si costruisca il Parco eolico del Brennero, con la scusa che tutti gli altri non verranno autorizzati, perché questi sono temi che necessitano di un confronto pubblico, oltre che politico, e non del gesto autoritario di una oligarchia o di un monarca.

Intanto però, mentre parliamo di questo, in Amazzonia, in Malesia e nel Borneo i polmoni del pianeta vengono distrutti per fare spazio alla coltivazione delle palme da olio con cui si producono i carburanti verdi. Una follia che, tornando a casa nostra, e facendo le debite differenze di scala, mi pare solo un poco più grave dello sventramento dei Prati di Koja, o dell’albergo a sette stelle sul Saslong.

 Grazie

Umberto Tecchiati

Presidente di Italia Nostra – Bolzano

Diskussionsteilnehmer: Leo Andergassen, Umberto Tecchiati, Thomas Demetz sowie Martin Kofler und Raimund Irsara.

Mit einem umstrittenen Gemeinderatsbeschluss, welcher die traditionelle Bauweise (was immer das auch heißen mag) als bindend vorschreibt, hat der Gemeinderat von St. Ulrich vor ein paar Monaten aufhorchen lassen.

Am Mittwoch, den 23. Februar um 20.30 Uhr wird dieser Beschluss nun im Rahmen einer Podiumsdiskussion kritisch unter die Lupe genommen.

Das KulturForumCultura und der Kreis für Kunst und Kultur laden zur Vertiefung des Themas in den Ausstellungsraum des Kreises für Kunst un Kultur nach St. Ulrich.

 An der von Mateo Taibon moderierten Podiumsdiskussion nehmen teil: Landeskonservator Leo Andergassen, der Präsident des Denkmal- und Landschaftsschutzvereins „Italia Nostra“ Umberto Tecchiati, der Architekt Thomas Demetz sowie die Gemeinderäte von St. Ulrich Martin Kofler und Raimund Irsara.

Simona Kettmeir, FAI Alto Adige sui monumenti: “Non si cancella così la Storia”

Riceviamo, condividendo appieno:

Nella attuale discussione sulla fruizione dei monumenti di regime nella nostra regione,trovo che questo spreco di denaro per un mascheramento del bassorilievo sia veramente un’operazione fine a se stessa e controproducente, quanto le “foglie di fico” per nascondere le “oscenità” della scultura classica. Sostengo il progetto di un percorso della memoria avanzato da molti storici e studiosi competenti della nostra provincia. La forza della proposta sta proprio nell’aver trovato un’alternativa, che ci permette di non cancellare la storia e il passato, ma di tenerne testimonianza, proprio perché grazie alle esperienze del passato si possa lavorare per un futuro migliore. L’idea quindi di preservare la Piazza (bassorilievo compreso), come anche il Monumento della Vittoria, per farne un “Percorso della memoria, verso un museo dei totalitarismi”, mi sembra la più corretta ed utile soluzione – dal punto di vista educativo e culturale – per dare continuità a questi monumenti e alla loro presenza in città. Ma questo si ottiene non con mascheramenti, ma affiancando ai beni nuovi strumenti di lettura, che concretamente possono tradursi nella realizzazione del Museo stesso in un ipotetico recupero funzionale del Palazzo delle Finanze, oppure con modalità più semplici, con targhe e pannelli esplicativi da affiancare ai monumenti. Direi che l’intera Piazza dimostra un approccio “totalitario”, riferito anche al concetto di architettura e di trasformazione dei territori. Ovvero, il fascismo imponeva uno stile architettonico, con conseguenti scelte architettoniche e urbanistiche, da diffondere sul territorio nazionale. Uno stile avulso dalle caratteristiche territoriali pregresse, estraneo alle identità e alla memoria locale; anzi volutamente volto a sopprimerle. La piazza lo dimostra chiaramente. Oggi, non solo grazie allo spirito democratico, ma proprio a seguito di un radicale cambiamento anche del concetto tutela del paesaggio e dei beni culturali, si è affermata la necessità di porre la massima attenzione alle identità dei luoghi in tutte le sue sfaccettature, alla percezione dei luoghi da parte di tutti cittadini, con la finalità di far risaltare e mai cancellare i segni di queste identità. È obiettivamente oramai passato troppo tempo per intervenire sulle piazze e sui monumenti di un’epoca per cancellare i segni di un`estetica relativa al Diktat di un regime. È maturata perciò anche una modalità di operare le scelte relative alle trasformazioni territoriali che prevedono e richiedono la partecipazione attiva dei cittadini, coinvolgendoli anche nel momento progettuale. Da un punto di vista architettonico la città nuova rappresenta un’identità nella quale oggi molti cittadini si possono in parte riconoscere, perché rappresenta uno stile presente in molte città italiane e che a Bolzano resta ben distinto da quello della città storica. L´insieme rappresenta un indubbio valore che vale la pena di venir preservato. Il contributo degli storici con i pannelli esplicativi per il “Percorso della Memoria” risulterà perciò determinante.

Simona Kettmeir

Presidente FAI Alto Adige